undici metri per un regno

La taverna si trovava a mezza giornata di cammino da Bari, verso nord.
La piana assolata turbinava di polvere e foglie secche trasportate da un caldo vento meridionale; il mare era lontano e i primi rilievi apparivano ad occidente stagliati contro un cielo azzurro venato di bianco.
Sciambrah, l’oste, un ex monaco scomunicato da Roma e sfuggito all’inquisitore di Carcassonne vent’anni prima, aveva mescolato le sue origini gaeliche con i caratteri somatici di Scira, la sua giovane donna somala fuggita in terra apula dopo essere stata ripudiata da un signore nero regnante in Albania.
Dalla loro unione era nato Yolaldo, sano e scuro come la razza saracena, che ora calciava un ammasso di stracci fermati con budello di capra contro un palo conficcato nella polvere grigia mista a terra bruna.
Sciambrah aspettava i cavalieri sin dall’alba.
Alle otto arrivò per primo, come spesso accade, il più lontano dei cinque.
Òtran cavalcava un baio pezzato stretto nella sua armatura dall’elmo ogivale col pennacchio giallorosso. Giunto alla locanda chiese aiuto al suo scudiero, slacciò l’elmo e produsse un’apertura nella cotta di maglia.
“ Caldo, mio signore?”
“ Dal mio collo cola sudore. Ma quest’imbracatura molte volte ha evitato che colasse sangue, stolto”.
Òtran, paladino delle terre leccesi di Rudiae, prese posto ad un tavolo e ordinò vino fresco e carne gialla.
“ Abbiamo terminato lo zafferano” piagnucolò in cucina Scira al marito.
“ Quello la vuole gialla, la carne. Pisciaci su, ma falla gialla”.
Alle dieci sopraggiunse Frengus, capitano delle alte terre foggiane, eresiarca di gran fama, soprannominato Sangue.
Capitan Sangue si sedette al tavolo senza proferire parola, facendo posare dal palafreniere accanto all’uscio di quercia il suo stendardo rosso e nero.
Un’ora più tardi, col vento che mitigava la calura della desolata piana, fece la sua spettrale comparsa, preceduto da un alfiere, Papadopulos, signore di Brindisi, coperto da un mantello bianco con una “v” celeste, con la spada templare, una greca tatuata sulla guancia sinistra e una cicatrice su quella destra.
Papadopulos s’era preso Brindisi affogando i nemici nel sangue ed ora reggeva l’estremo lembo di Adriatico col terrore.
Pochi minuti appresso si presentò Strippolis, grasso regnante barese, accompagnato da uno scudiero carico di spada, alabarda, scudo e stendardo bianco e rosso. Entrò nella locanda bestemmiando, guardò lascivo la bella Scira ed ordinò vino rosso, focaccia di farro e un intingolo a base di erbe selvatiche e polvere di mandorle garganiche.
Il quinto cavaliere di quella segreta riunione arrivò alle dodici. Il suo volto giovane e i lineamenti nobili venivano occultati sotto un elmo di ferro brunito. Il suo stallone nero segnava il passo in modo marziale, mentre il suo scudiero correva a rotta di collo sventolando una bandiera rossoblù sulla quale risaltava un delfino bianco.
Il cavaliere era Neptunius del feudo di Taranto, signore del golfo occidentale, tiranno dei messapi, uccisore dei dieci saggi ellenici e capo carismatico di una setta di fanatici cristiani chiamato “Splattierìa”.
Gli splattieristi credevano che solo la sofferenza conducesse a Dio e che la menomazione fosse la madre di tutte le sofferenze. Quindi andavano in giro a moncare mani, mozzare gambe o genitali ai malcapitati spalancando così loro i cancelli del Regno dei Cieli.
Neptunius ordinò sidro allungato con acqua del Biferno e olive di Corato.
La riunione ebbe inizio con Scira e il marito che si ritirarono in buon ordine nel retrobottega e con gli stallieri sdraiati accanto ai cavalli a mangiare gallette secche e bere da brocche di pioggia infetta.
“ Cosa si dice nella molle tarentum?” ironizzò Òtran.
Il pugno del cavaliere del golfo occidentale calò come una mazzata sul tavolo.
“ Le tue labbra avrebbero bisogno di brache di tela, Òtran. Sono qui per risolvere la questione dell’assegnazione di Trullia ora che è morto il principe franco Loco per mano dei Catari. Quella terra è appartenuta ai miei avi e quindi secondo il diritto consuetudinario dei Padri delle Murge toccherebbe a me”.
“ Aspetta a dirlo” tuonò Papadopulos, “ aspetta. Trullia confina in massima parte col mio feudo e perciò è a me che spetta secondo il codice orale di Sàlent”.
Strippolis si fece sfuggire di bocca un pezzo di focaccia.
“ Vi spazzo via tutti se non ottengo quella terra. E’ mia anche senza un solo motivo. E’ mia perché il mio esercito è il più forte”.
La discussione si fece presto concitata.
I cinque feudi erano vittime della carestia spesso scambiata per cattiva sorte; la peste inoltre aveva ucciso molti uomini e le colture ne avevano risentito. A tale desolazione si aggiungevano i frequenti attacchi dal mare e ottenere quella ricca terra interna era la mira di tutti e cinque i signori.
Fuori della locanda il cielo dauno pareva un manto primordiale appoggiato da Dio sugli uomini. Di tanto in tanto i rovi di spine rotolavano nella polvere con il vento che si alternava alla calma piatta.
“ E’ sia” analizzò Capitan Sangue, “vorrà dire che lotteremo noi cinque e il vincitore dei duelli avrà la terra della valle interna”.
A queste parole Strippolis si oppose irato. Egli ben sapeva che dei presenti lui era il più anziano e il meno forte. Di modo che a tali condizioni la sua sconfitta già giaceva scritta da qualche parte.
“ Alè!” urlò il giovane Yolaldo fuori dalla locanda tra gli applausi degli scudieri.
Nell’osservare dalla finestra il ragazzo intento a giocare Neptunius ebbe un’illuminazione.
“ La gara ci potrebbe essere senza che nessuno di noi riporti alcuna ferita” annunciò. Poi, in tono calmo e pacato, espose la sua proposta.
“ Il senno abbandonò la tua anima” rispose subito Òtran.
Ma gli altri tre incuriositi accettarono e di fronte alla maggioranza anche il leccese dovette abbassare la testa.
I cinque cavalieri uscirono all’aria aperta nell’afa delle tre del pomeriggio, ammassarono le armature vicino ai cavalli e si ritrovarono in calzamaglia e larghi corpetti colorati.
Quello di Òtran era giallorosso con una lupa dipinta sulla schiena; il corpetto di Strippolis era biancorosso con un gallo nero cucito su un fianco; quello di Neptunius a righe rosse e blu con un delfino bianco; la casacca di Papadopulos era biancoceleste e infine quella di Capitan Sangue rossa e nera con Satana raffigurato sulla schiena.
E così si osservarono l’un l’altro scalzi e con le mani sui fianchi.
“ Io però indosserò il mio elmo, comunque” s’incaponì Òtran.
Gli scudieri si scambiarono sguardi attoniti.
Neptunius contò undici ampi passi e col tallone tracciò una riga nella polvere. Poi sequestrò la palla di stracci al piccolo Yolaldo e la consegnò a Strippolis.
“ Bene. Tu sei il più anziano: parti tu” e rivolgendosi agli altri. “Allora siamo d'accordo. Coi piedi bisogna colpire la sfera e far sì che questa abbatta il palo conficcato nella terra. Ad ogni ondata di tiri, due a testa, ci si allontana di un passo. Chi resterà in gara avrà Trullia”.
Òtran scosse il capo piumato.
Strippolis collocò la palla nel punto convenuto, prese una breve rincorsa e, di punta, colpì e abbatté il paletto al primo tentativo. Il suo stalliere urlò il proprio incitamento verso il padrone. Questi sollevò le braccia.
Papadopulos centrò il paletto al secondo tiro con una palombella di pregevole fattura. Il secondo tentativo di Neptunius risultò fiacco; la palla rotolò lenta verso il bersaglio, gli si appoggiò e lo fece cadere.
Capitan Sangue colpì il pallone di collo pieno, con un leggero effetto a uscire e il palo schizzò letteralmente in aria. Tutti gli stallieri applaudirono, ma furono subito zittiti.
Òtran sbagliò il primo colpo di tre dita e il secondo di mezzo passo.
“ Questa è una buffonata!!!” urlò.
“ Però l’hai accettata”.
Òtran si rivestì della sua armatura, montò sul cavallo e andò via al galoppo.
Il limite di dodici passi fece un’altra vittima. Papadopulos colpì forte ma il suo tiro risultò alto; quanto al secondo, prese terra col piede e la sfera rotolò di cinque, sei metri. Lui pretese di tirare di nuovo e sbagliò senza appello.
Il tiro migliore fu di Strippolis: un colpo di interno destro a rientrare che urtò deliziosamente l’obiettivo. Capitan Sangue mise a segno una staffilata che trascinò il paletto per quindici passi.
Lo scoglio delle tredici falcate eliminarono Strippolis a causa di un colpo di vento che deviò il pallonetto delicato del barese.
“ Per Trullia ne riparleremo” disse tra i denti.
I quattordici e i quindici passi non portarono sorprese. Poi, ai sedici, Capitan Sangue mancò due volte il palo con altrettante bordate; Neptunius godette: si chinò, sistemò la palla di stracci e calciò con calma. Un improvviso refolo però vanificò il tiro. Lo stesso accadde col secondo.
Dalle cinque del pomeriggio al tramonto delle 8.20 i due cavalieri in calzamaglia calciarono verso il palo senza successo.
“ E se ce la facessi io?” domandò Yolaldo.
“ O bella. Tu non puoi farcela; non hai la forza necessaria” osservò Neptunius.
“ Vieni via di lì” urlò il padre.
“ Vieni in casa” strillò Scira.
“ E se ce la faccio?” ripeté insolente il ragazzino.
“ Il feudo è tuo” rispose Capitan Sangue con un ghigno.
I quattro stallieri gli si gettarono ai piedi.
“ Signore! Lascia provare anche noi”.
E così gli venne data la facoltà: otto tiri tutti deboli o lontani dal palo.
“ Fate provare me” insistette Yolaldo dopo che ebbero tentato anche sua madre e suo padre.
“ E sia: eccoti la sfera. Due tiri”.
Il ragazzo sistemò la palla e saggiò l’aria; poi prese la rincorsa e calciò forte col piede sinistro sollevando il braccio destro in bella coordinazione. Il pallone sfiorò il palo. Lui ci riprovò. Questa volta attese dieci minuti per cogliere il vento adatto dopodiché scagliò un tiro mantenendo il pallone rasoterra e mandando all’aria il paletto.
I cavalieri restarono seduti nella polvere, in silenzio.
“ Ora sono come voi? Voglio dire: posso essere un signore, un cavaliere, combattere per la chiesa e governare le terre?” chiese euforico il ragazzo.
La madre scoppiò in un pianto di gioia, mentre Sciambrah già pregustava un palazzo, servi e cibo a volontà.
Poi la mazza chiodata di Capitan Sangue calò in mezzo agli occhi del ragazzo spaccandogli in due la testa.
E nel mentre che i genitori allucinati si chinavano sul loro unico figlio ormai morto e gli stallieri terrorizzati ripensavano al pericolo scampato, i cavalieri recuperarono le armature, montarono a cavallo e si dileguarono per strade diverse giurando all’unisono:
“ Per Trullia… sarà guerra”.

  (cosimo  argentina)
 
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