Semplicemente Maria
C’era una volta, poi due, tre, e poi ancora enne volte che sentiva
dirsi "Maria è giunto il tempo di prender marito".
Parole autorevoli ed insistenti che risuonavano nelle sue orecchie
ormai stanche, pronunciate dalle bocche ansiose dei suoi genitori, fortemente
preoccupati delle sorti dell’unica figlia ancora a carico, sana ed illibata,
pronta per essere donata ad un prestante, e soprattutto serio, giovane.
Era il 1934. Un paesino di poche anime, noto per le basiliche paleocristiane,
comunemente ed erroneamente chiamate catacombe, e per la coltivazione delle
patate. Qui tutti si conoscevano, ognuno con il proprio sconcicanome*
, e la vita scorreva con estrema semplicità nell’anonimato,
lontano dai fatti e dagli eventi della capitale.
Maria abitava in una casa modesta, ma di "proprietà". Era figlia
di artigiani, lavoratori onesti e comunisti che godevano della stima dei
vicini anche per gli enormi sacrifici cui era sottoposta sua madre, che,
da anni, amorevolmente e pazientemente, sosteneva quel dramma famigliare
: una figlia demente costretta sulla sedia a rotelle.
Aveva interrotto gli studi, a Maria serviva solo imparare a leggere
e a scrivere per non cadere mai nell’imbroglio perché, se mai le
fosse accaduto, voleva essere pronta a difendersi. Non bella, alta, dalla
normale corporatura, lunghi capelli di un comune castano, sempre raccolti,
dagli occhi cervoni e dallo sguardo duro per colpa anche dei suoi lineamenti
poco aggraziati. Avrebbe compiuto in autunno 34 anni e veniva ormai considerata
una zitella matura, senza speranze di trovar marito a giudizio di tanti.
Ma non le importava. Aveva imparato a cucire presso la bottega di donna
Concetta, rimasta vedova con due figli poi emigrati in Argentina, che abitava
poco distante e che chiedeva, in cambio dei suoi insegnamenti, soltanto
un po’ di compagnia. Maria era brava, precisa, e si appassionò da
subito al mestiere di sarta tant’è che i genitori, sacrificando
i risparmi di mesi, per il suo ventunesimo compleanno le regalarono una
macchina da cucire su cui in seguito avrebbe consumato intere giornate
senza tregua, instancabilmente. Quanto le piaceva cucire! A volte si dimenticava
persino di mangiare, con la testa china e i grandi piedi che spingevano
i pedali con un ritmo quasi musicale. Si isolava e non si accorgeva di
nulla, tutto intorno le era sconosciuto. Viveva nel suo mondo fatto di
rocchetti, aghi, spilli e ditali, sommersa dalle stoffe da confezionare,
dalle lenzuola da rammendare, lavori che spesso le venivano pagati anche
con cesti di frutta, sacchi di patate, pomodori e nocciole. Era felice
: lavorava e per questo si sentiva libera. Sì, libera di decidere
della propria vita, di non sottomettersi a nessuno, di non diventare né
serva né schiava di un uomo. Aveva coraggiosamente scelto la solitudine,
nella completa serenità e consapevolezza che doveva, e poteva, contare
solo sulle sue inesauribili forze. Aveva scelto di non amare, aveva scelto
di non soffrire.
Tutto cambiò in quel mattino di primavera. Il sole era caldo
e Maria lavorava con le finestre aperte per fare entrare i profumi che
si disperdevano lungo la strada. C’era, tra gli altri, un forte odore di
pane fresco che era entrato prepotentemente nella piccola stanza, stuzzicandole
stranamente l’appetito. Si fermò un istante, alzò lo sguardo
verso il cielo di un intenso azzurro per godere di quell’aria dolce. Sulla
porta c’era sua madre, in silenzio l’osservava, le si avvicinò e
sottovoce cominciò uno strano discorso, enigmatico, fatto di ma
se perché che si concluse con quella lapidaria e tanto odiata frase
"figlia mia, che sarà di te quando noi non ci saremo più?!".
Ma la soluzione era lì a portata di mano. Un uomo, figlio di un
compare di donna Concetta, un paio d’anni più giovane, di bella
presenza, forte, dagli occhi chiari, desideroso di prender moglie. Faceva
l’idraulico. L’incontro, a sua insaputa, era stato fissato nel pomeriggio
stesso, in presenza dei rispettivi genitori. Con rassegnazione e senza
opporsi Maria decise che lo avrebbe conosciuto. Nella sala da pranzo era
stata imbandita una tavola con le pasterelle, i liquori fatti in
casa, tutto pronto per definire nei dettagli l’imminente matrimonio. Alle
cinque in punto i rintocchi dell’orologio comunale si intervallavano con
il toc-toc della porta. Tutti in piedi: era arrivato l’uomo con cui avrebbe
trascorso gli anni a venire. Timidamente si presentarono e altrettanto
timidamente si parlarono lungo i sei mesi di fidanzamento.
E venne l’inverno che portò un freddo insolito e insieme ad
esso il matrimonio, finito dopo appena vent’anni perché lui morì,
lasciandola con due figlie. Maria era già vedova, sola, incattivita,
piena di rancore e rabbia. Aveva vissuto una vita che non aveva chiesto,
ma neanche desiderato. Unica consolazione per lei era cucire. Ricominciò
così a tenere la testa bassa, ditale ed ago nella mano, incurante
di ogni cosa e a volte terribilmente scostante. E in solitudine consumò
la sua longeva vita in quella che era stata la sua casa, acquistata tanti
anni prima con il guadagno delle lunghe ore trascorse a spingere quel grande
pedale oramai liso.
* soprannome
(terasia panagrosso)