La storia ha come protagonisti sei amici (di diverse età) appassionati
di vela, che per passare l'estate in modo diverso trasportano in un'isola
Ionica della Grecia due barchette a vela con l'intenzione di trascorrere
due settimane facendo campeggio nautico lungo le coste di quest'isola.
In questi quattordici giorni le loro intenzioni sono quelle di
isolarsi completamente dal mondo civile scegliendo accuratamente le spiagge
in cui passare la notte tra le meno frequentate, approdando di sera e ripartendo
poco dopo l'alba.
I primi giorni trascorrono secondo le più rosee previsioni:
avvistamenti di delfini quando sono un po' lontani da terra, di luoghi
meravigliosi quando invece ci sono vicini.
Ma come ricorda Murphy, se qualcosa va bene, non può durare
a lungo: ecco quindi che i sei amici, mentre sono in navigazione, si accorgono
di alcune nuvole che minacciano brutto tempo all'orizzonte. Il brutto tempo
viaggia veloce e quindi i nostri sono costretti ad un rientro forzato per
evitare il temporale.
Nella ricerca di un ridosso il più vicino possibile, entrano
in una baia magnifica, in cui però non c'è che una piccola
spiaggetta non adatta per tirare le barche in secco. Poco male, però,
la baia è comunque un ridosso perfetto (...e quando mai se ne trova
uno così!), si ancorano ben bene in acqua e a terra e si preparano
ad affrontare il temporale che le nuvole avevano caricato fino a quel momento,
mentre si avvicinava la sera.
Montata la tenda sul boma e adeguatamente rinforzata in previsione
del forte vento, si siedono ad aspettare in silenzio, immobili, come
prede che si fingono morte per ingannare il cacciatore. Speravano che
continuasse a caricare, e che andasse a colpire altrove, ma nello
stesso tempo sapevano benissimo il messaggio di quei lampi sempre più
vicini: il cielo era nero, ma continuamente illuminato da bagliori che
andavano da nuvola a nuvola, per finire poi la loro corsa in mare, ma per
fortuna lontano dalla baia, lontano dai quei due alberi isolati.
Poi di colpo arriva: le sartie iniziano a stridere, il vento che entra
nella tenda gela i sei che trattengono il respiro per qualche attimo, per
rilasciarlo poi al suono delle prime gocce di pioggia che cadevano nell'acqua
intorno a loro. I lampi e i tuoni si seguono senza sosta, e sembra che
ad ogni tuono la pioggia aumenti, e non solo questa, visto che presto i
sei si vedono costretti a tirare via le tende per evitare che si strappino
a furia di sbattere al vento o che, peggio, facciano da vela e quindi facciano
spedare l'ancora.
Senza tenda vedono quello che fino ad allora avevano soltanto immaginato,
senza avere il coraggio di verificare: l'unione tra il cielo e la terra,
tra acqua e acqua, acqua e cielo, e loro al centro, quasi a disturbare
o forse sfidare quel turbine di forze.
Ad un certo punto l'equipaggio di una barca sembra quasi ipnotizzato
(poi diranno che si era compiuta in loro l'unione con gli elementi), buttano
via la cerata che avevano indosso, si tuffano e iniziano a nuotare. Pochi
istanti dopo un fulmine colpisce la barca: non fa troppo danno, ma con
qualcuno a bordo lo avrebbe fatto.
Passa il tempo, piano piano i fulmini diventano meno frequenti, il
vento cala ed anche la pioggia si fa meno battente. I sei si ritrovano
all'alba seduti sulla spiaggetta a guardare le nuvole che si schiariscono
ed i lampi che si allontanano, per colpire chissà chi altro e chissà
dove, per compiere ancora una volta la magica unione e cercare, a modo
loro, di farci sopravvivere a noi stessi.
Con quei sei c'erano riusciti, quei sei l'avevano capito.
E non l'avrebbero più scordato.
(Marco Feltrin)
N.B.: per le espressioni in corsivo si ringrazia Piero Sanasi.