memoria di un immortale
 

Ripercorro tutte le strade che mi hanno portato fin qui e tento di capire che cosa è cambiato e che cosa sono stato. Vorrei chiudere gli occhi e avere la percezione e vedere e sentire l’universo intero. Abbandonare il pianeta, uscire dal sistema solare per spingermi fino ai confini della galassia.
Ho visto la Zarina piangere la morte del minore dei suoi cinque figli, chiudersi nel silenzio delle sue stanze, rifiutare il cibo e perdersi nei meandri della sua vita interiore. Senza fare più ritorno.
Mi chiedo che cosa sono stato durante tutto questo tempo. E non smetto di interrogarmi su tutte le vite che ho vissuto e sulle mille possibilità di cambiamento che ho attraversato.
Sono Kalumed l’egiziano, ultimo figlio della stirpe di Antares. E’ scritto che non morirò mai e mai invecchierò. Mi chiedo come sarà l’eternità e come saranno tutti i giorni che mi attendono.
Sono Vladimr Czevovic, Principe di Ucraina, e incarnazione di non so più quanti me stessi.
Sono Hermann Frost, nato in Pomerania occidentale e vissuto per poco più di sette mesi.
E sono anche Dheriè Della Fontaine, poeta e maestro di cerimonia alla corte di Luigi XIV.
Dieci, cento, migliaia e più esistenze vissute in tutte le epoche e le nazioni. Posso chiudere gli occhi e rivivere tutto in un solo instante, ogni faccia vista, ogni parola ascoltata, scritta, sentita o detta.
Il tuo karma, lettore, è inciso sulle grandi lastre di marmo con cui Armak, ha costruito il portale cosmico  di Asgard. Lì c’è scritto tutto e tutto da lì inizia.
Ho visto la luce sul volto della Zarina spegnersi, lentamente, per sempre. E’ andata via senza dire una parola. Né una lacrima, un rimpianto o una preghiera. E’ andata via e basta. La mente persa chissà dove, alla ricerca di non so che cosa. Un sorriso triste è apparso sulle sue belle labbra, e poi ha chiuso gli occhi. Domani penserò ancora a lei e riscriverò queste pagine perché non posso e non voglio dimenticarla. Perché chi dimentica, perde la cognizione di sé stesso, non esiste più e muore. E se dimentico e muoio, lei non esisterà più neanche nei miei pensieri e sarà andata via per sempre.
Vorrei svegliarmi domani ed essere capace di ripensare a tutto quello che è stato detto e fatto, come un dio benevolo che sorride delle piccole grandi follie degli uomini. Vorrei addormentarmi in un sonno profondo e riaprire gli occhi da innocente, come un bambino appena nato che niente ha da temere perché nulla sa. Vorrei infine che il tempo si fermasse per avere tutto il tempo di pensare a me stesso e capire il significato delle mille biografie, delle mille vite e delle mille esistenze che fino adesso sono stato. Capire il senso, semplicemente tutto questo. Perché non è facile essere uomini e non è facile nemmeno essere un dio. Tutto sfugge, passa, si trasforma, cambia, muta, si evolve, diventa, scorre … ma perché?
Perché tutto questo?
Perché, chiese la Zarina dopo che il medico di corte disse che al più piccolo non restavano che ancora poche ore. L’avevo conosciuta qualche anno prima, in una di quelle belle giornate della primavera moscovita, quando la neve si scioglie e la gente dimentica dei rigori dell’inverno esce per andare al mercato o a passeggiare lungo gli argini del fiume.
Avrei potuto dire, raccontare delle mia vita e delle mie esistenze, di tutto quello che ricordavo e sapevo e avevo appreso. Ma non ne sarebbe valsa la pena. Non le sarebbe bastato.
Posso ripercorrere infinite volte tutte le strade che mi hanno portato fin qui, riflettere su tutto quanto è cambiato e cercare di comprendere che cosa sono stato veramente. Vorrei chiudere gli occhi, e sentire scorrere nelle mie vene l’energia dell’universo intero. Potrei provare a fuggire. Esplorare il resto del sistema solare, raggiungere i confini della galassia e spingermi anche più in là.

(francesco scalone)
 
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