LEZIONE DI FRANCESE, ovvero: COME SCIUPARE UNA MATTINATA IN MANIERA UTILE
Quando ci si sente un po' romantici, immancabilmente si pensa - chissà perché
- a Parigi e alla Francia. Nel nostro immaginario affresco dei sentimenti, infatti,
la Francia occupa un posto di primissimo piano. La colpa di tale cliché (consentitemi
il francesismo) è da imputarsi sicuramente al cinema, anzi al "cinemà", soprattutto
quello hollywoodiano. È stata la cosiddetta "fabbrica dei sogni" a inculcarci
l'idea che "Paris is for Lovers". Di conseguenza, per molti di noi (non solo
gli ignoranti e i villici), Parigi è sinonimo di amore e romanticismo, oltre
che di avventure erotiche. La veridicità di questa credenza non l'ho potuta
ancora stabilire, ma di sicuro c'è che, alla fin fine, tutti i luoghi comuni
- o quasi tutti - si rivelano esatti.
Comunque sia, l'anno scorso mi sentivo alquanto romantique, e decisi perciò
di andare a trascorrere una settimana o giù di lì in quel di Parigi. E non certo
per visitare l'Euro-Disneyland! Il mio problema maggiore consisteva nella lingua.
Come già sapevo, il francese è tutt'altro che un idioma facile. Così, quando
lessi sul giornale un annuncio che diceva: 'Imparare il francese in sole 4 ore!!!
Metodo infallibile di M.me Laloux!', risolsi prontamente di iscrivermi al corso.
Imparare il francese in sole quattro ore? Uhm... Le referenze di questa signora
Laloux non erano certo di poco conto: Madame - come volle spiegarmi lei stessa
al telefono - può vantarsi di aver dato lezioni private a tanti insigni personaggi;
tra gli altri, a onorevoli ed eminenze grigie, nonché a svariati attori chiamati
a dar prova del loro talento in coproduzioni italo-francesi.
Il costo del corso ammontava a ben duecentocinquanta bigliettoni, ma in qualche
modo mi convinsi che non sarabbero stati soldi sprecati. Anche se... in quattro
ore? Io imparare una lingua straniera in sole quattro ore? Pas de chance. Ma
val la pena provare. Dunque, vado.
A dispetto del nome, Madame Laloux ha l'aspetto di una qualsiasi signora delle
nostre parti, oltre a un lieve accento che ne tradisce i trascorsi sicuramente
romaneschi o di Ciociaria.
La nostra classe è costituita da ben ventisei donne e da due soli uomini.
Io sono uno dei maschietti. L'altro è un signore sui quaranta venuto qui principalmente
per mostrarsi solidale con la moglie, per tenerle compagnia in questa coraggiosa
impresa. Quattro ore: ciò significa un'intera mattinata, dalle nove all'una.
La prima ora, Madame la sciupa trascrivendosi con lentezza snervante l'indirizzo
e il numero di telefono di ognuno dei partecipanti e nel chiedere poi - ma più
celermente - una cifra extra di quindicimila lire per venti fogli di carta bianca
e un raccoglitore (o 'registratore') di cartoncino leggero: materiale comunissimo
per cui in ogni cartolibreria avremmo sborsato sì e no tremila lire. Le fantomatiche
audiocassette di cui Madame aveva accennato al telefono, invece, non ci vengono
consegnate: "Quelle fanno parte del corredo didattico di chi vuole approfondire
la conoscenza del francese prendendo da me lezioni private", ci informa. L'indirizzo
di Madame è segnato sul biglietto da visita che lei ha allegato al "materiale
di lavoro". Sullo stesso biglietto possiamo anche leggere la tariffa per le
sue lezioni private: "dieci unità di studio" costerebbero cinquecentomila nette.
Però!, mi sorprendo a pensare, ammirato. Ca femme mira dritto a l'argent....
Proprio così. Prova ne sono i bracciali e le collane d'oro che le cingono polsi
e collo. Sono dunque un po' stupito nel vederla mettersi a litigare con una
delle scolare per via di una banalissima penna. "Mi restituisca la bic!" esclama
Madame Laloux. "Che cosa?" protesta la scolara, offesa. "Questa me la sono portata
io da casa! Appartiene a me!"
Quando scoccano le dieci, si incomincia sul serio. Paradossalmente, la prima
cosa che ci tocca apprendere è che il cervello umano non è assolutamente in
grado di assimilare una lingua straniera in così breve tempo. "Secondo alcuni
studi compiuti di recente, il nostro cervello può memorizzare duemila o al massimo
tremila nuovi vocaboli nello spazio di una settimana", ci riferisce la nostra
insegnante, a scanso di equivoci. "Ma", aggiunge, "per fortuna ci sono io."
Sì, per fortuna c'è lei, Madame Laloux, con il suo speciale procedimento che
lei ha pensato persino di far patentare. "Contrariamente a molti testi d'insegnamento,
la mia strategia è di venire subito al sodo e, attraverso associazioni sintattiche
e analogie concettuali, rendere l'apprendimento del francese très facile...
ehm, molto facile."
Beh, nel suo metodo non c'è nulla di nuovo o di particolarmente originale,
mi dico. O, se ha una certa originalità, è la stessa di una baguette vecchia
di giorni.
La seconda cosa che Madame ci dice è che non dobbiamo mai dimenticarci di
usare la formula: S'il vous plaît, Madame. S'il vous plaît, Monsieur. Molti
dei presenti conoscevano già questo modo di dire, così come quelli che seguiranno
subito dopo. Il risultato è che alcuni di noi diventano visibilmente nervosi,
anche perché Madame fa continuamente schioccare le dita come se si trovasse
al cospetto di scimmiette da ammaestrare, o di nani dell'intelletto.
Ben presto mi accorgo che il problema principale è che tutti noi dobbiamo ripetere
in coro le espressioni-base che Madame ci recita: una confusione bestiale! Vocaboli
notissimi a chiunque, quali Dictionnaire, Garçon, Cabaret, Agence assumono nella
caterva di voci un suono alquanto duro e improbabilissimo. Assomigliano a spezzoni
di un idioma teutonico o slavo, anziché al Français vero e proprio. Un altro
grave problema è che la Laloux non si perita di rimproverare i meno bravi di
noi, facendolo a ogni pie' sospinto e applicando una severità secondo me eccessiva.
E così ad un certo punto accade che una giovane donna (la stessa con cui Madame
aveva litigato per via della penna) si alza di scatto e, paonazza, punta risoluta
verso l'uscita. Mentre la fissiamo con malcelato disprezzo ma anche con un po'
di ammirazione, la scolara ribelle si ferma un momentino sulla soglia e, girandosi
verso l'allibito auditorio, spiega: "Mon Francais è tropp bon pur sett nivò".
"Non ci ho capito un'acca", replica la Laloux, papale papale. Alcuni dei partecipanti
ridono alle spalle della giovane che ha deciso di gettare la spugna, e le augurano:
"Bon soir, Mamsell".
Bon soir? Hanno detto davvero: Bon soir? A quest'ora del giorno?
Madame Laloux sospira. Non mi sorprende affatto che le siano venuti prematuramente
i capelli bianchi. Et voilà - credo di indovinare il suo pensiero -, et voilà,
ecco di nuovo una scolaresca di asini. Rassegnata, ci dice: "Lo so che il francese
è difficile per vous italiani". E c'è un sottotono offensivo nella parola "italiani".
"Si tratta, per l'appunto, di una lingua ostica. Ma dovete concentrarvi, impegnarvi
di più... Ingegnarvi!"
Coerentemente al suo metodo pratico, ci porta degli esempi applicabili alla
vita quotidiana. Così, impariamo in tutta fretta come si ordina un pranzo in
un ristorante, come si domanda qual è la linea del metro per Place de Clichy
o Montparnasse, o come si chiede una determinata via. Ciascuno di questi esempi
viene ripetuto in coro da tutta la classe, e pare di udire degli alieni che
hanno inghiottito una dose eccessiva di allucinogeni. "Molto importanti sono
i numeri", continua imperterrita Madame. "Ottanta si dice quatre vingt dix :
quattro-venti-dieci. Se capirete la logica che è insita nel sistema di numerazione,
farete un passo in più nel comprendere il carattere non solo della lingua, ma
anche della stessa anima dei francesi."
"Quattr vint dì", ripete una biondina occhialuta seduta al primo banco. "A-ah.
Comprì." "Ottimo accento, brava", la loda Madame Laloux.
"Lècc cuel", sussurra una donna di evidente origine settentrionale qualche
fila più indietro.
Improvvisamente la Laloux si rivolge a me. "Lei... sì, lei, laggiù in fondo.
Non si nasconda, si faccia vedere. Mi dica: come si rivolgerebbe a un passante,
se vuol chiedergli un'informazione?"
Colto di sorpresa, oltre che irritato dal suo ritmico schioccare di dita, balbetto:
"Messiè, s'il vù plè..."
"Già, già", rimastica dubbiosa Madame. Quindi prosegue la lezione inculcandoci
una dozzina di vocaboli che lei ritiene utilissimi: en bas (perché a Parigi
le toilette si trovano spesso sottoterra), vieille (perché il metro della capitale
francese è alquanto vecchio e malandato), Avez-vous une chambre pour deux personnes?
(al concierge di un hotel)... E con ciò siamo arrivati al romanticismo, o -
meglio - alle avventure erotiche. L'orologio fa le undici e quaranta e Madame
ha un'aria stanchissima. "D'acord", dice, rivolta alle ragazze e alle signore
presenti. "Mettiamo che nel centro di Parigi un bel giovanotto vi rivolga la
parola: voi che fate?"
Risatine generali, corredate da svariati "Porquoi non?" e "Magari!".
"E' semplice. Gli date il numero di telefono del vostro albergo e gli dite:
Mon restaurant préferé est Maxim's. E se invece non volete essere infastidite,
gli dite: Foutez moi la paix."
Foutez moi la paix significa: "Lasciatemi in pace", è una cosa che finanche
io arrivo a capire. Ma l'altro maschietto presente in aula deve aver frainteso.
Lo sento borbottare, perplesso: "Foutez?... Foutez nel senso di "futé" o cosa?"
"Ssst", sibila la sua consorte e vicina di banco.
Intanto si è già fatta quasi l'una e la Laloux, forse per lasciare in noi un'impressione
favorevole, l'impressione cioè di non aver sciupato il nostro denaro e il nostro
tempo, ci bombarda con rinnovata energia di frasi quali: Où est votre passeport?
(alla dogana). Les Champs Elysées, s'il vous plaît (attrazioni turistiche).
Je voudrais changer mes Lires (alla banca). Combien coute cette robe de Chanel?
(shopping). Où sont les toilettes? (in caso di bisogno). Insomma, tutte banalità
che avremmo potuto apprendere meglio e con molta più tranquillità su un qualsiasi
manualetto di conversazione. In questo modo invece le dimenticheremo non appena
avremo messo il piede fuori dall'aula.
La strategia di Madame è davvero semplice: "Non bisogna preoccuparsi di fare
errori", ci dice, incoraggiante. "Gli errori esistono appunto per essere corretti."
Quello che purtroppo non ci rivela è che i francesi, e i parigini in primo luogo,
sono poco tolleranti con chi non padroneggia la loro lingua. In effetti, molti
dei partecipanti al corso di Madame Laloux avranno una brutta sorpresa quando
si recheranno in vacanza Oltralpi...
All'una si sente suonare una campanella, come alle elementari. La nostra insegnante
scrive sulla lavagna, a lettere gigantesche: Fin. Il che vuol dire: Ite. La
messa è finita.
Chiaramente sollevata, Madame Laloux (o quale altro sia il suo nome) ci saluta
a uno a uno stando ritta accanto alla soglia, con la faccia rischiarata da un
pallido sorriso à la Cathérine Deneuve (si scrive così?). Ognuno di noi se ne
esce tenendo sottobraccio la ridicola cartelletta imbottita di fogli rimasti
in gran parte immacolati.
Sul corridoio mi ritrovo a procedere dietro all'unico altro rappresentante del mio sesso. Vedo che ha ancora sul volto un'espressione incredula. Dopo un po' lo sento chiedere alla moglie: "Foutez? Ma si può proprio dire? Non è troppo... osè?"
* * *
Certamente il lettore si chiederà adesso se ci sono più andato, a Parigi. No, questo proposito l'ho accantonato. Momentaneamente, se non altro. Ma intanto torna ad avvicinarsi l'estate, e io mi sento di nuovo così - oh! - romantico... e l'idea di un viaggetto in Francia è tornato perniciosamente ad aleggiare sul mio capo. Qualche giorno fa mi sono imbattuto in un nuovo annuncio di M.me Laloux; ma non credo che stavolta andrò alla sua pur formidabile lezione-lampo. Perché? Beh, il perché lo lascio indovinare... a vous.
(franc'O'brain)