Ci siamo conosciuti in una calda giornata d’agosto, alla fine di una
di quelle partite di calcio che rendono così tristi e malinconici
anche i più assolati pomeriggi delle domeniche d’estate. Me ne stavo
comodamente seduta alla guida della mia auto, mentre con i gomiti puntati
sul volante, ascoltavo divertita i discorsi di Enrico e Alessia. Sei uscito
dagli spogliatoi rosso in viso, con i capelli ancora bagnati e un sacchetto
di ghiaccio in mano. Ti ho visto scaraventare la borsa verso lo scooter
e avvicinarti alla macchina con il fare un po’ brusco e un po’ diffidente
di chi non ha niente da dire. Mi sono scoperta a spiarti da dietro i miei
occhiali scuri: il tuo viso vagamente imbronciato, il tuo sguardo sfuggente,
i tuoi movimenti scontrosi. Ci siamo stretti la mano quasi con indifferenza.
Ricordo di aver pensato a quel gesto come alla copia sbiadita di uno dei
tanti incontri distratti che ogni giorno si perdono per il mondo senza
assumere alcun significato.
E invece quella sera ci siamo rivisti. Abbiamo timidamente cominciato
a scambiarci le prime frasi banali e un po’ scontate. Ci siamo scoperti
a toglierci quella maschera di iniziale freddezza e diffidenza che troppo
spesso ci caliamo sul viso per proteggerci dagli altri. Abbiamo parlato,
riso, scherzato. Per la prima volta ho sentito il suono della tua risata,
ho visto i tuoi occhi accendersi divertiti, ho osservato le fossette che
ti si dipingono sul viso quando sorridi e il modo disinvolto con cui affondi
le mani nelle tasche dei pantaloni. E alla fine ci siamo salutati. Ricordo
di aver percepito appena dentro di me una vaga sensazione di tristezza.
Da lì a due giorni sarei partita per il mare: le immagini di quella
giornata di mezza estate sarebbero diventate più offuscate, i colori
più sbiaditi, i lineamenti del tuo viso sempre meno marcati nella
mia mente. E così avrei cominciato a dimenticarti, avrei avuto altri
fuochi d’artificio da vedere, nuove persone da conoscere e il tuo sguardo,
il tuo sorriso, la tua voce sarebbero lentamente scivolati in fondo alla
scatola dei miei ricordi. Ma il destino ha molta più fantasia di
noi.
Quella settimana ci siamo rivisti e anche la settimana successiva al
mare. Se chiudo gli occhi riesco ancora a cogliere i colori, le immagini,
le impressioni di quei giorni in cui ci siamo tanto studiati, osservati,
cercati. Abbiamo lentamente cominciato a scoprire dentro di noi quelle
sensazioni confuse e contrastanti che ci facevano sentire la testa leggera
e un senso di oppressione alla base dello stomaco, mentre interrogativi
insidiosi ci scoppiavano in testa rendendoci insicuri e anche un po’ sfuggenti.
Fino a quella notte di Ferragosto in cui, mentre la pioggia batteva incessantemente
sui finestrini della tua Audi rossa, ci siamo raccontati le nostre anime.
I nostri sogni, le nostre speranze, le delusioni, le amarezze, i rimpianti,
le sconfitte. Ed è stato come se ci conoscessimo da sempre. Abbiamo
sentito farsi più leggero il peso della solitudine che ci portavamo
dentro e ci siamo scoperti sorprendentemente simili e inevitabilmente vicini.
Poi c’è stato il giro allo zoo, il bagno in piscina, la mia telefonata
“inaspettata”…e quello spiraglio che tutti e due avevamo scoperto nella
spessa corazza dell’altro ha cominciato a farsi sempre più ampio.
Così, quando in quella sera di fine estate mi hai stretta
fra la tue braccia, ho sentito che tutto quello che c’era stato prima di
te, prima di noi si è annullato di colpo. E da allora non ci siamo
lasciati mai più.
Tutto in noi era entusiasmo, trasporto, passione. Pensavamo le stesse
cose, le dicevamo allo stesso modo, smaniosi di conoscere e penetrare anche
le più profonde e nascoste pieghe del mondo dell’altro, passavamo
l’intera giornata ad aspettare quelle ore preziose che ci potevamo concedere
per stare insieme. Le cose che mi dicevi, il modo in cui mi guardavi, la
forza con cui mi stringevi mi facevano sentire il centro focale di ogni
universo possibile. Eri il mio sogno di bambina, il principe delle favole,
l’incarnazione vivente di uno di quei fantomatici personaggi maschili che
popolano i romanzi rosa e che hanno alimentato la mia fantasia di inguaribile
sognatrice adolescente. Perfetto in ogni tuo gesto, coerente in ogni tuo
discorso, attento anche nel più scontato degli atteggiamenti, ti
scoprivo signore incontrastato di ogni mio più piccolo pensiero,
padrone indiscusso delle più sottili delle emozioni. C’eri tu, c’ero
io, non esisteva nient’altro.
Poi quel mondo che sembrava essersi fermato ad osservarci si è
fatto sentire più vivo e reale che mai: i miei esami andati male,
il mio rientro in città…il tuo inferno domestico. Trascinati nel
turbine della vita vera di tutti i giorni, ognuno alle prese con le proprie
sconfitte e rivincite quotidiane, un po’ vittime e un po’ carnefici di
un mondo che ti ferisce, ti annienta e non ti concede nulla ci siamo scoperti
protagonisti di due universi inevitabilmente estranei. Due mondi così
diversi, distanti, difficili da penetrare che scivolano l’uno di fianco
all’altro sfiorandosi appena. Sono iniziate così le prime incomprensioni,
i primi bronci, le gelosie, le prime inevitabili e devastanti insicurezze.
Abbiamo dovuto scontrarci con la nostra fragilità, ben consapevoli
che il nostro peggiore nemico è in realtà quello che si annida
dentro di noi, che ci spinge a scorgere il lato peggiore di ogni situazione,
che ci rende così vulnerabili, insicuri. Quante volte ci siamo sentiti
incompresi, fraintesi, giudicati, senza prima guardare dentro di noi per
scorgere quel muro di freddezza e di indifferenza che smorza l’intensità
delle emozioni e dei sentimenti che proviamo scoraggiando l’altro anziché
rassicurarlo, proteggerlo. Tante volte ti ho sentito lontano, scostante,
distratto. Mi sono vista relegata ai margini del tuo mondo, confinata negli
ultimi posti della lista dei tuoi pensieri, destinata a raccogliere le
briciole del tuo tempo. In quei momenti avrei voluto gettarti le braccia
al collo e gridarti in piena faccia che avevo bisogno di sentirmi importante
per te, mentre tu, con la mano sul cambio e il motore della macchina acceso,
mi davi la buona notte. E così ho capito che su questo pianeta i
cieli non si aprono e gli angeli non scendono a piangere. Mi sono scoperta
a perdonarci il fatto di essere un po’ più umani e un po’ meno Biancaneve
e il Principe Azzurro, ho imparato che le mancanze distruggono più
degli errori consumati e che ciò che c’è di speciale fra
due persone non muore mai di morte naturale, ma per abbandono e negligenza,
per pigrizia e indifferenza. Perché lo si da per scontato.
E adesso sorridi, Fabio. Forse un giorno ci guarderemo negli occhi
e scopriremo di non avere più niente da dirci, e quello sarà
un triste giorno. Sarà come sentire il rumore di un vetro che ci
si spezza dentro.
Ma questa è un’altra storia……
(roberta urban)