il signor Bartolomeo

    Il signor Bartolomeo abita a Pozzuoli, la luminosa capitale del litorale flegreo, tanto cara agli antichi romani che, incuranti del bradisismo, pensarono bene di edificarvi quel bizzarro tempio di Serapide (ma non era egiziana?), che a causa dei su e giù del suolo si trova periodicamente con i piedi a mollo nell'acqua di mare.
    E' una visione curiosa per i passanti, affacciati alla balaustra arrugginita (che ha perso le speranze di ricevere una mano di verde), quelle splendide colonne di pietre, solidamente piantate nel terreno cinque metri più sotto, con le basi annegate da due metri d'acqua, rigogliosa di vita per lo strato spesso di vegetali palustri galleggianti. Sembrano delle antiche sequoie pietrificate su uno stagno primitivo.
    Ma è così. E gli abitanti di Pozzuoli non ci fanno più tanto caso.
    Il signor Bartolomeo, dicevamo, ci abita. In una casa vecchia. Antica no, ma abbastanza vecchia da appartenere al centro storico, un agglomerato informe di casupole arroccate sulla collinetta che domina il porto.
    Posizione privilegiata quella. Appartenere di diritto alla storia di una comunità, questa sì è una soddisfazione per una vecchia casa, e per chi la possiede. Poiché si sa. Che quelle costruzioni sono state realizzate col preciso scopo di controllare la baia, e di trovare rifugio dagli attacchi dei pirati, ecc. ecc. con tutta una sfilza di ragioni storiche, sociali, economiche, che ci fanno pensare a una città, non più come a un banale scacchiere confuso, ma a un organismo vivente che cresce, si espande, muta seguendo leggi e logiche darwiniane. Chissà se quelli che hanno pensato di farsi una terrazza là in alto, durante quella calda primavera del secondo Settecento, sapevano di essere guidati dall'anelito alla vita e alla luce che si diffondeva fra i ceti sociali abbienti nel secolo dei lumi, oppure se pensavano solo di affacciarsi e respirare la brezza marina nei crepuscoli fiammeggianti di settembre.
    No, la terrazza in questione non è del signor Bartolomeo, che invece i crepuscoli se li gode tante volte sul molo, oppure in qualche chalet, ma sempre e solo fuori stagione. Altrimenti troppe auto, troppa confusione.
    A volte sembra che questa benedetta stagione duri undici mesi all'anno, e che si sia fuori stagione solo quando piove e il termometro segna due gradi soprazero, e il crepuscolo è nascosto da una spessa cortina di nubi.
    Forse, riflette Bartolomeo, tante volte sarebbe meglio starsene a casa, e i crepuscoli immaginarseli com'erano, piuttosto che non riuscire a goderseli come sono.
    Il signor Bartolomeo è un tranquillo pensionato del Banco di Napoli ... tranquillo. Ma 'sti pensionati sono sempre tranquilli. Io non sono affatto tranquillo, pensa Bartolomeo.
    Che ti preoccupa Bartolomeo?
    La sua casa è vecchia, lo si è detto. E' del 1910.
    In Italia si discuteva se entrare in guerra con la Libia. C'era tutto un fermento intellettuale, ideologie progressiste predicavano la fiducia nel futuro, nelle capacità dell'uomo, che con le sue macchine avrebbe dominato la natura e costruito un luminoso avvenire di benessere per i propri figli e nipoti.
    E Bartolomeo era fra questi. Aveva tre anni, e non sapeva ancora che tutta queste meravigliose idee avrebbero condotto arditi architetti a costruire edifici deliziosi su terreni in ottima posizione per godersi il panorama, senza tener troppo conto della natura ballerina di questi luoghi, che si gonfiano e si sgonfiano davanti al mare come una ragazzina impertinente che si alzi e si abbassi la gonna durante una cena con molti invitati. E poi altri arditi geometri gli avevano costruito davanti al muso magnifici e più alti palazzi, togliendogli pure il panorama.
    Proprio così. Un'intera generazione, piena di buone intenzioni, si era illusa di costruire una avvenire sereno per figli e nipoti, e invece ecco che tutto si traduceva solo in angoscia per uno di questi piccoli nipoti di settant'anni e più.
    E allora? Allora Bartolomeo siede in salotto, nella sua poltrona preferita, dove ama leggere ascoltando la radio a basso volume, e alzare lo sguardo di tanto in tanto per incontrare gli occhi sorridenti del ritratto della moglie, scomparsa da vent'anni. E' un ritratto fattole quando non aveva ancora quarant'anni, che la raffigura proprio come lui la ricorda, gentile e serena, con una rosa senza spine fra le mani, leggermente adagiate sul grembo.
    Quel ritratto fa tanta compagnia a Bartolomeo, al punto che pian piano tutti i mobili della stanza sono stati, più o meno inconsapevolmente, rivolti verso quel punto della parete, come se l'intera vita della casa dovesse ruotarvi intorno.
    Le preoccupazioni di Bartolomeo cominciarono quando un giorno, gettando uno dei frequenti sguardi al quadro, gli sembrò che gli occhi della moglie fossero appannati. Anche la rosa non appariva più fresca e carnosa come un tempo e le mani di lei non la accarezzavano più dolcemente, ma parevano stringersi nervosamente attorno al gambo.
    Il povero Bartolomeo si sentì gelare il cuore, mentre il libro gli crollava sulle gambe. Fu preso da una debolezza simile a quella che aveva provato il giorno che l'aveva perduta.
    Quando finalmente trovò animo di alzarsi e di avvicinarsi al quadro per osservarlo meglio, capì con sollievo di cosa si trattava.
    Col tempo una patina di sporcizia, umidità polvere bruciata dai caloriferi, e altro si era depositata sul dipinto, togliendogli vivezza e luminosità. I segni del tempo erano chiaramente visibili anche sulla cornice.
    Il giorno dopo Bartolomeo si diresse col ritratto da un noto restauratore di Pozzuoli.
    Don Ciccio, questo è il suo nome, gli disse che sì, se ne sarebbe occupato, e che la moglie sarebbe tornata splendida come meritava, ma non prima di due mesi. Aveva parecchio lavoro, ma lo avrebbe sistemato nei ritagli di tempo.
    A Bartolomeo spiaceva immensamente di separarsi dal ritratto della moglie per così tanto tempo, ma don Ciccio con aria da chirurgo lo dissuase dal mettergli fretta se teneva veramente al risultato.
Bartolomeo se ne tornò mesto a casa, rimuginando sui due mesi di solitudine che lo attendevano. Ma al suo rientro lo aspettava una ben più spiacevole sorpresa.
    Dapprima si aggirò un po' per la casa, cercando di non rivolgere lo sguardo alla parete del quadro, ma poi in un attimo di distrazione gli occhi si volsero meccanicamente da quella parte e... la parete non era affatto vuota.
    Egli si aspettava di trovare solo una macchia più chiara sul muro là dove c'era il dipinto, e invece... Come aveva potuto non accorgersene quando l'aveva tolto! Forse l'emozione, la preoccupazione per lo stato della tavoletta. Eppure era lì. Una netta, indiscutibile spaccatura nel muro. Una crepa!
    E non solo nell'intonaco. Anche i mattoni e la calce che li univa apparivano chiaramente lesionati. Come una bocca socchiusa su un sorriso di mattoni, la crepa segava orizzontalmente il muro, pronta a trasformarsi in una tremenda risata.
    Bartolomeo si accasciò sulla poltrona come colpito da una sciagura immane.
    Eppure durante gli ultimi sommovimenti del terreno c'erano stati numerosi sopralluoghi da parte dei periti del comune, che non avevano riscontrato danni alle strutture. Invece in altri stabili gli inquilini e i proprietari erano stati costretti a sfollare, ed ora molti abitavano in tristi palazzopoli nell'hinterland, mentre le loro case secolari erano abbandonate alla mercé dei puntelli e dei ponteggi.
    Il solo pensiero di dover affrontare la stessa sorte faceva venire i brividi a Bartolomeo, che decise seduta stante di non farne parola a nessuno. D'altra parte era stata proprio sua moglie a decidere così, nascondendo dietro di se' quel terribile segreto, in modo da ingannare i geometri del municipio. Sì, Bartolomeo avrebbe tenuto per se' quel segreto custodito con amore dal ritratto della moglie.
    Intanto la crepa nel muro continuava a sorridergli beffarda.
    I giorni successivi si era proposto di calmarsi, e di non pensarci, e cercava di convincersi che in fondo la cosa non era grave, e che quella crepa era lì dietro da chissà quanto, sopita come un vulcano spento. Che non rappresentava un pericolo della casa, che di crepe così ne erano piene anche le case più nuove e solide. Gli pareva addirittura di ricordare di aver letto che alcuni architetti deliberatamente introducevano nel progetto di case antisismiche delle fessurazioni per compensare gli sbalzi termici.
    Ma non c'era verso, la sua ansia era sempre lì e non passava notte che Bartolomeo non si svegliasse più volte, convinto di udire lo scricchiolio della crepa che masticava i mattoni confinanti.
    Avrebbe voluto chiamare degli operai che posassero delle provette per determinare l'eventuale allargamento, ma temeva che con ciò il fatto si sarebbe risaputo.
    Il terzo giorno poi accadde un fatto che riempì Bartolomeo di angoscia. Bussarono alla porta. Era la portiera che veniva settimanalmente a fare le pulizie.
    Figuriamoci, quella era una radio libera, e in poche ore si sarebbe ritrovato in casa i geometri del comune. Ebbe la prontezza di gridarle da dietro l'uscio che no, non si sentiva bene, e che poteva ritornare fra qualche giorno.
    In ogni caso il problema era solo rimandato. Non poteva restare due mesi senza pulizie o senza ricevere visite. Occorreva trovare una maniera di occultare quel mostro senza destare sospetti.
    Tapparlo col gesso. No, troppo visibile.
    Metterci su una tenda. La prima cosa che chiunque avrebbe fatto sarebbe stato scostarla per vedere che c'era dietro.
    Un altro quadro. Mai, questo mai! Era il posto della moglie adorata.
    Intanto a Bartolomeo sembrava di vedere solo e unicamente edifici lesionati, travi, ponteggi, puntelli, come se tutta Pozzuoli fosse diventata una seconda Venezia, destinata a scomparire fra i flutti o una Pompei già devastata dal vulcano.
    Non riusciva più a capire come quella gente potesse tranquillamente andarsene in giro attendendo ai propri affari senza curarsi del disastro che incombeva in maniera così evidente.
    Ne accennò vagamente al proprietario dello chalet sul porto, che gli rispose "don Bartolomè voi vi preoccupate troppo. Ma guardate invece le rovine romane. Stanno là da migliaia e migliaia di anni e chi le smuove. Tutte scassate, piene di buchi eppure sono sempre belle. Anzi, meglio! Più buchi ci sono, più sono belle. I turisti vanno pazzi per i buchi."
    Nonostante questa gli paresse una stramberia, quest'ultima frase prese a girare oziosamente nella testa di Bartolomeo, riposante, calmante. Fatto sta che si sentiva sollevato, come se una soluzione a tutto fosse ormai a portata di mano.
    Quella notte sognò il barista che con martello e scalpello sfasciava le pareti dello chalet canticchiando un ritornello tipo: "... con ventiquattromila buchi ..."
    Quando la mattina si svegliò aveva trovato un rimedio. Corse in salotto e guardò la crepa, finalmente senza soggezione, e la crepa gli sorrise stavolta in modo quasi bonario, come qualcuno che dopo tante incomprensioni fosse ormai prossimo alla riconciliazione.
    Bartolomeo si vestì lesto lesto e uscì di casa dirigendosi spedito verso il negozio dove avrebbe acquistato il necessario per mettere in pratica la sua idea.

                                                                                        * * *

    Tre mesi dopo, don Ciccio finalmente ultimò il lavoro sul quadro della moglie di Bartolomeo. Era molto dispiaciuto di aver tardato di un mese rispetto alla scadenza prevista, ma era stato davvero molto occupato, e d'altronde Bartolomeo non era venuto a sollecitarlo neppure una volta.
    Decise allora di portargli il quadro a casa, così, tanto per farsi perdonare.
    Il portone del palazzo era semiaperto. In casa di Bartolomeo c'erano i geometri del comune che facevano dei rilievi.
    Don Ciccio rimase colpito quando la portiera gli disse che il signor Bartolomeo era morto la settimana prima. L'avevano trovato sulla sua poltrona preferita, con un libro semiaperto fra le mani e un sorriso dolce dolce sulle labbra. Se n'era andato nel sonno.
    Don Ciccio si guardò un po' in giro cercando un posto per lasciare il quadro, quando gli occhi incontrarono sulla parete uno splendido affresco che riproduceva con tutta naturalezza due labbra femminili, dolcemente socchiuse in un sorriso, da cui la luce esterna ormai filtrava facilmente. Ripresosi dalla meraviglia, don Ciccio notò che quel sorriso aveva qualcosa di familiare. Ma cosa?
    Ad un tratto desiderò lasciare quella casa. Poggiò il quadro a terra accanto all'affresco.
    Il quadro e la casa continuarono a sorridergli mentre si allontanava.

(occaso levante)
 
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