Il gilera

Il gilera va. Va forte, è piccolo ma va forte.
Cinquanta centimetri cubici, parafanghi e serbatoio azzurro.
Fa ottanta all'ora e non perde un colpo.
E' febbraio e tra Cisternino e Locorotondo c'è un po' di nebbia, fa freddo. Uccio ha le mani gelate.
La sera prima, tornando a casa senza moto, aveva detto alla madre di averla prestata a Peppino perché se ne tornasse in campagna e che gliel'avrebbe ridata il giorno dopo. Era quello l'unico escamotage per disporre della moto alla mattina, a casa non gli permettevano di usarla per andare a scuola. Il gioco era già riuscito altre volte.
Infatti, il mattino seguente suo cugino Peppino puntuale gli riconsegnava la moto e gli teneva i libri. Peppino e Uccio erano più che due cugini, erano amici.
Cisternino, Locorotondo, Alberobello.
Scarpe da tennis, gins, giubbotto cachi con pellicciotto marrone della Levis. I giovani sono caldi, ma quella strada d'inverno è proprio fredda.
E' arrivato. Suona al campanello. E' atteso.
Mette dentro la moto e sale di corsa, Armida è in cima alle scale ad aspettarlo.
Lo abbraccia, bacia, tocca, sfrega, scalda.
- Bello, bello, bello mio, come sei freddo!… Vieni, ti ho preparato la colazione e il cappuccino.
Uccio sussurra un ciao.
Corridoio, cucina. Uccio va diritto vicino al termosifone ed infila le mani tra i mani di ghisa; chiude gli occhi, non parla. Sorride. Il calore improvviso martella le dita ed i brividi si fanno lunghi in mezzo alla schiena. Dopo un po' si siede, mangia, beve il latte, mangia, finisce il latte, sigaretta; stringe alla vita Armida che nel frattempo non si è staccata un attimo. Un bacio lungo, l'abbraccia forte e subito a letto.
Sono le nove del mattino.
Armida è magra con i capelli corti, somiglia a Mina, insegna Lettere ed ha trentadue anni, il martedì è la sua giornata libera. Uccio ne ha diciassette e mezzo.
Alle dodici è già sulla porta, un lungo bacio e… ciao ci vediamo sabato sera.
A quell'ora fa un po' meno freddo sulla moto.
E' contento. Tronfio. Satollo. Felice.
La moto va. Ha un bel rumore, sembra che capisca quanto è contento Uccio, non si sognerebbe mai di fermarsi e lasciarlo a terra.
Per il sabato sera Uccio ha organizzato con i suoi amici una festa di studenti in discoteca.
"Festa Jeans". Ingresso tremilalire. Coccarda, musica e tante promesse.
Armida ha detto che verrà e lui è contento di stare con una così.
Si sono conosciuti la scorsa estate.
Il suo amico Filippo ha organizzato tutto.
Cena ad Alberobello, Armida, Tonia, Filippo ed Uccio ospite d'onore.
Uccio e Filippo si conoscono da un paio d'anni; Filippo è molto più grande di lui, tutti e tre sono più grandi e tutti e tre sono insegnanti.
La tavola è allegra, Filippo fa il magister, Armida è misteriosa, Tonia è un bel donnone dagli occhi dolci…
Sulla via del ritorno Filippo non fa altro che parlare di Armida, di quando l'ha conosciuta, da quanto tempo si vedono, di quanto è strana; Uccio è curioso e continua a far domande.
Si vedono ancora, tutti e quattro insieme. Uccio è contento, si sente importante.
Quella sera. Quella sera si trovano tutti e quattro nel salotto.
Pavimento di graniglia grigia, muri bianco opaco, due divani verdi, qualche quadro e luce poca. Uccio abbraccia Armida e tanti baci.
Di fronte, sull'altro divano Filippo e Tonia si muovono molto.
- Perché non possiamo stare più comodi? Dice ad un tratto Filippo.
Detto, fatto. Si alza e lo vedo ritornare con un materasso che poggia per terra tra i divani. Va subito a prenderne un altro che mette accanto al primo.
La luce non c'è più. Sono tutti orizzontali.
Uccio e Armida partono per un viaggio esplorativo sotto i vestiti. Le mani cercano cinte, bottoni, elastici, colletti, cerniere, culi, seni puntuti e pelle calda.
E' andata. Gli altri due non esistono più.
- Scusa, ma mi hai toccato tu qua sotto? Dice a bassa voce Uccio ad Armida.
- No! Ma come faccio a toccarti là sotto se ti sto abbracciata al collo?
Uccio capisce che qualcosa non va. Si rimette lo slip, accende la luce e guarda gli altri due. La mano veniva dall'altra parte e forse non era quella di Tonia.
- Noi ce ne andiamo in cucina. Ci vediamo dopo. Dice Uccio.
Piglia il materasso e lo porta in cucina.
- Vorrei ascoltare un po' di musica. Dice Uccio mentre sistema il materasso vicino al termosifone sotto la finestra.
Armida, in un attimo, prende il giradischi, attacca la spina e ci mette sopra il più bel disco dei Pooh. "Parsifal".
Va sotto il lenzuolo, il suo corpo è lungo e caldo. Uccio profuma del bagnoschiuma che ha usato per farsi la doccia dopo la partita di pallone.
Parereee, parereee, parereee. Il disco si è incantato.
- E' colpa mia. Dice Armida. Questo disco mi piace tanto, lo ascolto sempre. L'ho praticamente consumato ed ho finito per rovinarlo.
Si rialza per sistemarlo, ritorna sotto e gli sussurra qualcosa.
Uccio non l'ascolta più; è teso, il cuore gli batte forte. Le si stende sopra, si appoggia sui gomiti e col suo coso comincia a cercare fra le gambe di Armida. Lei lo aiuta.
Appoggia le palme e si solleva sulle braccia. Spinge, batte, cazza. Trova il caldo, il liquido, la strada. Il cuore batte sempre più forte e lui spinge sempre più forte. Le anche stanno tra le anche. Le unghie di lei gli segnano la schiena.
E' una battaglia.
Sente che vincerà. E' il più forte. Ha la spada. Ma il passaggio segreto da cui è entrato è diventato voragine e vi sprofonda sempre di più, sempre di più… Lei lo porta giù, sempre più giù…
Vuole vincere. Vincere. Vincere. Vincere… ma già si sente morire. Muore, e morendo il suo desiderio diventa mare.
E' andata a finire che è finita, ma la prima volta non si scorda mai.

(tramontana)   (dalla raccolta "Maschi")
 

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