E va bbene
 
La domenica è finita, e con essa la sensazione tutta mattutina di un tempo a disposizione per le curare le proprie cose, passioni, desideri e quanto altro aspetta di essere fatto.
Cosa aspetta di essere fatto?

La vespa.
Un giro in vespa. Il tempo è incerto, la voglia mi è venuta dalla radio che canta "quanto è bello andare in giro con la vespa", ma devo andare dai miei lasciare la macchina e prendere la ttiesse, metterla in moto a spinta perché la messa in moto aspetta "mille domeniche di cose da fare" per essere sistemata.
Di domenica i meccanici non lavorano, nemmeno quelli amici.
Quindi, spinta e via.

Però il tempo è figlio di marzo, come da quattro anni a questa parte, e quindi arrivo al garage e quasi piove quindi con manovra da innamorato timido passo oltre e guardo con occhio traverso la discesa dei box dove abita l'amata tradita.
Che vigliacco tiro oltre e mi fermo all'edicola prendo due riviste e un, anzi il Quotidiano e mi dimentico del pensiero  trasgressivo di fuga per campagne sprofondato in una  poltrona a casa di mia madre ad aspettare che sia pronto.
Tanto lei, la ttiesse, non sapeva che passavo a prenderla.
Mi perdo con pennette al sugo, involtini alla genovese, olive al forno, e pane, mi piace il pane e la promessa che in settimana li accompagno a prendere il "primitivo nuovo che pooi, voi ve lo bbevete".

E va bene, ....

Il giro del vino.
L'unico foglio di carta che si stampa in città, dice che bla bla bla si degusterà vino novello in cortili del centro storico con contorno dei sommelier.
Pensiero ad una amica a cui comunicare la cosa da fare insieme e benché satollo mi ricordo di un invito a cena per la sera da parte dei giovani vicini di casa.
Che poi, come per la vespa, se telefono a quel riccio della mia amica e gli dico del giro dei cortili con il bicchiere sempre pieno lei viene.
Ma poi gli devo dire dell'invito a cena dai vicini e che se vuole venire pure lei non c'è problema, che sono amici, che non c'è problema che non è vero che è un invito personale che, che, che tanto non viene, come altre volte e che poi non va nemmeno con i suoi amici.
E' un riccio la mia amica, anzi una tartaruga con i remi a bordo.

E va bene, ....

Le partite e quelli che il calcio mentre tento un approccio con il papagno.

Sento la televisione come se fosse una radio, leggendo  con occhi a metà per via del fatto che sono le due, è domenica, ho mangiato da mia madre e per di più ora fa caldo e c'è il sole, che meno male che la mia vespa non lo sa.
Non riesco ad andarmene per sogni pesanti di sugo e pane e quindi attendo e vedo passare il sole velocemente fino a quando si rompe i coglioni e se ne va con il pio pensiero che finché c'è luce c'è domenica pomeriggio e invece no.

La domenica pomeriggio.
Mi ricordo tutte le domeniche pomeriggio, da quando presi coscienza di dovermi dare conto più tardi nella vita.
Sono contento di questo, molto contento di aver capito, una volta, che mi sarebbe piaciuto ricordarmi, e allora da piccolo prendevo appunti.

Appunti olfattivi,
come quando una Domenica pomeriggio di agosto in riva al fiume Chidro tra Torre Columena e San Pietro in Bevagna, cercando canne per fare una capanna.
Mio fratello schiaccio volutamente una pallina che un maggiolino faticosamente tentava di portare sulla sabbia di una duna.
Una puzza incredibile si diffuse  immediatamente e cosi scoprimmo che i maggiolini trasportano piccoli pezzi di merda per costruire il loro nido e nutrirsi all'occorrenza.
Quark ancora non lo facevano, Piero Angela leggeva i telegiornali in una televisione in bianco e nero con il triangolo quando sul secondo canale iniziava un altro programma e noi eravamo al mare e l'acqua del fiume la bevevamo come gli indiani della pianura.
La puzza me la ricordo bene.

Appunti sonori,
di una Domenica pomeriggio di un giugno tanto caldo quanto l'estate che sarebbe continuata fino a settembre.
La quinta elementare era appena finita ed era già una domenica non domenica perché estiva, l'indomani sarebbe stata sempre domenica, lunedì ma domenica.
La consegna era stata chiara: se non volete riposare andate a giocare fuori e se non gridate, cosi dopo andremo a raccogliere i fioroni al Noto.

Noi ligi alla consegna, abbandonati nell'ombra fresca e grigia delle stanze da letto zii, mamme papà nonna e cuginette piccole eravamo già fuori con gli occhi semichiusi ad affrontare una luce arancione e densa.
Passammo due minuti seduti sui gradini della cappella di San Nicola a decidere quale gioco era possibile fare.
Giocare ai "rigori" fu la scelta e a "tocco" fu scelto il primo portiere.
Poi fu una serie di "SBLAMLNNM", "SBLAMLNNM", "SBLAMLNNM","SBLAMLNNM", contro una saracinesca chiusa usata come porta.

Mi ricordo ancora il rumore che faceva quando il pallone sbatteva sulla lamiera ondulata della saracinesca e mi ricordo che quando facevamo goal esultavamo piano facendo il rumore con la bocca del tifo da stadio.

E all'improvviso nel silenzio pomeridiano, (a parte la saracinesca) l'urlo di mio padre in mutande e cannottiera a righine  " Giooovanniii" e la nostra fuga per le strade deserte e addormentate di un paesino di duemila abitanti in un'estate del 1972.

Il pallone sulla saracinesca, ritmico, continuo, sistematico perché Gregorio era una schiappa come portiere, alle due di una Domenica pomeriggio di un inizio di estate, me lo ricordo ancora.

Appunti tattili,
come il brivido lunghissimo sulla schiena quando stesi al mare di Gallipoli insieme a tre compagne e un compagno di scuola del liceo, tentavamo di goderci la domenica prima degli esami di maturità.
Eravamo stesi al sole strategicamente disposti affinché si materializzassero i nostri disegni erotici, di liberi e diversi dagli altri liceali (noi della IV E dell'artistico).
Antonella A, Sergio P, Antonella B, io e Antonella M. (si chiamavano tutte e tre Antonella).
Il gioco stava nel riuscire a toccare le parti intime e o erogene delle ragazze anche simultaneamente con il loro consenso anche non cosciente e viceversa farsi toccare nei medesimi punti sempre coscientemente o meno.
Sergio aveva deciso di puntare direttamente su Antonella A perché  Antonella B si era offesa con lui, così io avevo a disposizione due antonelle ed essendo dotato di due mani non lesinavo nulla a nessuna delle due.
Con Antonella B c'era un rapporto tale da permettermi di andare dove volevo ricevendo in cambio degli scherzosi "Fermoooo, che scemo" e accompagnati dagli stessi miei approcci.
Ma con Antonella M, che era veramente scontrosa e assolutamente imprevedibile nei pensieri e conseguenti opere, ero molto più cauto.
Ma quando, ventre in giù, la mia mano destra lentamente e spudoratamente si infilò nello slip e fermatasi ad aspettare un improperio, uno schiaffo o qualsiasi altra reazione negativa, ricevette un tacito assenso a continuare, io . . . continuai e continuai, continuai. Un movimento lento altalenante, spingevo un po' più forte quando arrivavo a sentire la leggera peluria e rallentavo la pressione quando risalivo sul morbido del ventre.
Con la sinistra stavo nel frattempo tentando di entrare nel reggiseno di Antonella B che conteneva un seno abbondante ma incredibilmente sodo e lei nel togliere la mano non faceva altro che accentuare, volutamente, il mio approccio al suo capezzolo e mi rispondeva pizzicandomi il mio di capezzolo costringendomi a far finta di  gridare per farla smettere.
Il gioco era questo e a tutti e cinque era sempre piaciuto, lo facevamo appena possibile ma soprattutto eravamo pronti a negare tutto, sia ragazzi che ragazze, se qualcuno/a avesse chiesto spiegazioni "serie".

Il caldo, l'assenza di vicini di asciugamano e la voglia di far si che ormai qualsiasi cosa succedesse non importava nulla a nessuno perché l'indomani ci sarebbe potuta essere la fine del mondo, l'atomica, i marziani o gli esami di maturità.

Ma il brivido che sentii con la mano destra, dopo circa mezz'ora di questa "situazione" non lo dimenticare, mi è entrato dentro attraverso la mano il braccio si è attorcigliato dentro e forse e uscito dall'altra mano.
Sì perché mentre Antonella M a sinistra sussultava e mi stringeva una gamba forte da farmi male, Antonella B decise che era venuto il momento di darmi un bacio a testimoniare che "vabbé se cosi deve essere che cosi sia tentando di sigillare il possesso del sottoscritto.

Situazione, un orgasmo assolutamente non previsto a destra, e credo che per lei fosse anche il primo e una dichiarazione a sinistra con un bacio aggressivo e appropriante.
Risultato io mi girai sulla schiena e misi mano nella mano, dita nelle dita a entrambe quasi a scambiare un segno di pace, una pace che non ci sarebbe stata più nel tempo.

Ma quel sussulto, quel brivido lo sento ancora ogni volta che vado alle Sirenuse, anche se ora non c'è più spazio per cinque ragazzi la  Domenica pomeriggio prima degli esami.

E va bene, basta così , la domenica è finita da un pezzo e domani è lunedì e
la radio manda azzurrooo il pomeriggio è troppo azzurroo e lungooo per me…
 
E va bbene.
 
(peroscopo)
 
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