Sbratatatatabumm!
Una colonna d'acqua segue al boato assordante e profondo. Il mare ha
vomitato.
Attorno ad essa un rimescolio di sabbia, tracene e bollicine, saraghi
e salpe luccicano di pancia all'aria al sole delle undici. Ignaro bottino
di fame.
- Voga, Ginè! Voga! Voga!
Ginetta fa prima un giro attorno alla rosa di sabbia e acqua poi si
butta all'interno, verso i pesci più grossi prima che scompaiano
a fondo.
I piedi sono bene puntati sul paiolato, le mani abbrancano le estremità
dei remi, prigionieri, che ubbidiscono ai colpi delle braccia.
Serrate, le perle dei denti brillano assieme alle gocce di sudore tra
i capelli corvini.
E' luglio, il vento è da levante ed il suo seno ansima insieme
alla rafia che costringe il remo e lo scalmo.
Duddù è stato rapido, non si è fatto scappare
niente, saraghi e salpe si sono arresi alla rete e alla fiocina. E' bravo
a lanciare le bombe di carta, anche se sa di rischiare troppo quando la
miccia è così corta.
Saverio, in piedi sulla punta di Mangiamuso, guarda a levante verso
Pennalunga ma ancora non vede arrivare i figli.
Dopo la notte a mare aveva dormito un po'. Appena sveglio aveva voluto
togliersi la salsedine dalla gola con un sorso di vino; quel sorso era
diventato un bottiglione ed il sonno era ritornato.
Saverio dorme con sua moglie; quando questa non c'è dorme con
qualche altra femmina e quando queste non ci sono abbraccia il suo bottiglione.
Saverio non dorme mai da solo.
Sono le sei di pomeriggio. Eccoli, arrivano!
Ginetta al remo di mezzo e Duddù a quello di prua. Sono stanchi,
si vede, ma la barca severa sembra galleggiare sull'olio tanto è
bello il ritmo dei remi che tagliano l'acqua.
E' tardi, molto tardi. Bisogna preparare la barca per la notte, ma
Saverio vede la bella pesca e non dice niente. Non è la prima volta
che accade.
I figli sono accaldati e bagnati di sudore, ma gli occhi brillano.
Saverio ha sposato Mela, piccola e bella, hanno avuto quattro figli.
Vita che sicuramente diventerà una signora. Duddù che ha
diciott'anni, Giné ne ha sedici e Dina, la più piccola, ne
ha dodici. Dina vive, ormai da qualche anno, a Firenze dallo zio pittore.
L'ha voluta con sé perché non aveva figli, e poi là
non le sarebbe mancato niente.
Duddù non è bello, ma a forza di vivere con i piedi e
le mani nell'acqua salata è diventato duro, ispido e resistente
come uno scoglio.
Duddù non ha paura di niente. Solo di morire di fame.
La più grande sta sempre alla chiesa appresso ai preti.
Giné è bella, forte e decisa come un maschio. La sua
unica speranza è Duddù; gli sta sempre appresso.
Il giorno dopo è sabato e Saverio prepara il pesce nei cesti.
Polpi, seppie, vope, cornali, saraghi e salpe vengono vestiti a festa per
gli occhi dei villani che domani verranno a prendere i bagni.
I villani, nei mesi di calura, attrezzano i carri con delle grandi
tende, mettono asini, muli e cavalli sotto le stanghe e vanno giù
a mare.
Accade un paio di volte l'anno; partono dal paese la mattina presto
del sabato e vi fanno ritorno entro la sera della domenica.
Quanto chiasso fanno!
Le ruote dei traini da lavoro affondano nella sabbia calda e gli zoccoli
dei cavalli toccano il bagnasciuga. Pane, formaggio e vino per mangiare
e fare scambio col pesce fresco.
Padri e cani fanno la guardia mentre le donne si spogliano tra le macchie.
Sembrano uccelli, cinguettano per la felicità del viaggio e garriscono
per il piacere del bagno promesso.
Mentre si spogliano pensano soltanto a chi arriverà per prima
in acqua.
Duddù e Andrea ansimano alla vista di quelle carni bianche,
non riescono a credere di essere stati così fortunati questa volta.
Si sono nascosti nella macchia al mattino presto, quelle non possono
immaginare che stiano lì a guardare i loro corpi, profumati come
il pane fresco e dolci come il miele.
Rimangono lì tutto il giorno fino a sera e molte volte il ventre
sfrega la sabbia dura come se fossero le cosce di quelle donne.
Alla fine gli occhi, di un giorno da ladri e da serpenti, sono gonfi
quasi avessero pianto tutto il tempo.
A settembre di quell'anno, è il '48, Saverio viene preso dalla
Finanza con le bombe di carta nella borsa. Va in galera.
Quando il figlio va a trovarlo grida: "Se mi ha portato il vino e le
sigarette, fatelo passare. Altrimenti non lo voglio vedere!".
Le giornate dentro passano lente, i fatti da raccontare son finiti,
allora non c'è niente di meglio che farsi fare il tatuaggio della
Madonna del Carmine sul petto.
A Saverio lo rispettano tutti, pagherà quando sarà fuori.
Mela sente battere forte alla porta, è sera ed è tardi,
apre. Fuori c'è Duddù con un sacco pieno tra le braccia.
Olio, vino, formaggio, pane, uova e carne salata. Le due sorella saltano
fuori dal letto come se avessero sentito le campane di Pasqua.
- Mà! Mà! Ho fatto lo scarico dal treno merci! E questa
è la mia parte!
Duddù quella notte è andato a rubare sui treni merci
insieme ai contrabbandieri di cibo.
Si sale in corsa, si butta giù il carico e si scende di corsa.
Gli altri a terra, lungo i binari raccolgono la merce. Appuntamento alla
Scimmia per vendere il carico e dividere i soldi.
Duddù non ha voluto i soldi, ha voluto roba da mangiare.
Mela attizza il fuoco, Vita sta già mangiando e Giné
guarda con gli occhi sgranati.
Nella stanza ci sono due candele e tre brande, Mela ha una casacca
nera con uno straccio legato al grembo; le due ragazze stanno a piedi nudi
con addosso una camicia di cotone grosso. Giné guarda Duddù
e dice tra sé e sé: "Fratello mio ti voglio bene. Ti voglio
bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene".
Duddù sorride. Lo sa.
Adesso abitano al paese. Duddù lavora per don Angiulì,
fa l'autista, il fornaio, il trattorista, il tuttofare e, quando non c'è
il marito, porta olio e vino a casa della commare di don Angiulì.
Mela e Giné lavorano in campagna, fanno le materassaie
e vanno a servizio a casa dell'ufficiale giudiziario.
Vita sta per sposarsi col professore.
Saverio continua a fare il pescatore e vive a mare nella casa del suo
compagno di barca.
Lì ci sta per sei mesi all'anno. In casa sono tre: lui, Pasquale
e la moglie.
Sopravvivono. Dividono ciò che hanno.
Giné si è fatta proprio bella, ha i capelli neri e lunghi
e quando sorride la sua bocca è una calamita di desideri. E' da
marito ma non vuole saperne.
Sta bene così nella sua casa, con la sua bellezza asprigna e
radiosa, con sua madre e Duddù a cui non smetta mai di dire mentre
lo guarda: "Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene.
Ti voglio bene".
Sono passati quarant'anni. Saverio è morto. Mela è morta
in un giorno di neve. Vita si è sposata e ha fatto quattro
figli dei quali uno è morto. Ginetta si è sposata con un
uomo che da giovane somigliava ad Ercole, tanto era bello e forte. Ha avuto
una figlia femmina ma ha dovuto sopportare il dolore della nascita di altri
figli, deformi in modo indicibile e morti subito dopo il parto. Pare che
ci fosse una incompatibilità col sangue del marito.
Io sono figlio di Duddù e mi chiamo Saverio come suo padre.
Duddù mi ha fatto studiare e sono diventato quasi una perla, ho
tanti libri e faccio il bravo ragazzo.
Ma c'è un "MA".
Tempo addietro, sono andato in campagna da Giné per far visita
a mio padre che è ormai quasi immobilizzato per una delle solite
malattie incurabili di cui non si sa niente. Nessuno mi ha sentito arrivare,
così il caso ha voluto che vedessi Giné che faceva fare pipì
a mio padre in quell'orribile arnese che si chiama pappagallo.
Mi ha sorpreso l'amore e la delicatezza con cui lo faceva.
Ho aspettato un po', mi son fatto sentire ed ho fatto finta di niente.
Nei giorni e nelle settimane seguenti ho continuato a pensare a quell'episodio.
Poi ho pensato ai lunghi giorni pieni di sole quando Giné e
Duddù andavano a pesca e non tornavano mai, poi ho pensato ai piccoli
mostri che ha partorito Giné, poi ho pensato a quante volte Duddù
ha preferito la casa di Giné a quella di mia madre e poi… non ho
pensato più a niente.
Vi è la possibilità che io sia sporco per il semplice
fatto di aver pensato tutto ciò ma, a dire il vero, è stata
per me una conclusione di una semplicità sconcertante; conclusione
che spiega cose durate una vita.
E, cosa altrettanto sconcertante, non sono sorpreso.
Adesso mi chiedo se un amore tanto intestino sia amore, e se un amore
sia amore soltanto quando è intestino.
Mi scuso, non voglio creare trappole.
Voglio solo dire che, il più delle volte, l'amore si crea e
si manifesta in maniera inverosimile, inspiegabile ed incomprensibile e
rimane comunque, quando dura, l'unica cosa che vivere la felicità.
(tramontana) (dalla raccolta
"Maschi")