La donna nel sacco
Lo guardarono smarriti. Da quel sacco uscivano dei piedi, dolci
e fini. dalle venature striate. Bianchi. Gli alluci pendevano un poco in
fuori, come a dire un sì o un no. E l’arco dei malleoli si penetrava,
l’uno nell’altro. Ma non si agitavamo. E rimanevano fisi. Fermi. A che
la frase fu ripetuta: “…tre o quattro e si bruciano”. Gli inservienti fecero
una mossa piccola, vedendo che dal sacco non si muoveva niente. E pensarono:
come sempre il nostro padrone, lui, l’illuminato, parte con una delle sue
magie. La magia del sacco universo. Gliela avevano vista fare mille volte,
dentro alle sale della parrocchie: lui, con quel turbante ghiacciato in
testa, la barba senza trucco, il suono di una tromba a distanza. E lei.
La donna nel sacco.
Lui faceva presto: si spogliava di quella specie di giacca che gli
faceva da soprabito. Animava le parole e gli sguardi. E da dentro al sacco
faceva scomparire la donna. Senza trucco e senza inganno. Gli ohh e gli
ahh di vecchi donne e bambini si sprecavano. Ci fu pure un prete che benedisse
la sala, dopo lo spettacolo: “c’è l’ombra di Satana”, diceva.
Ma non era così: era un sacco a doppio fondo. Un baule sfondato
ereditato dal tempo e da uno zio, che prima di imbarcarsi per un viaggio
con altri cinque o sei magliari, aveva deciso: lascio tutto ai miei nipoti.
E se ne era andato.
In quel sacco c’era tutta la loro fortuna. Un marchingegno speciale,
leggerissimo ma pieno di meccanismi, di scappatoie, di marchingegni da
Inferno. Era come di alluminio ma a toccarlo la iuta veniva a galla come
d’incanto. Lo si poteva piegare fra le braccia, ma si distendeva per metri
e metri senza costrutto e regola. Chi lo avesse costruito: non si sapeva.
Chi l’avesse fabbricato, lo si immaginava. Un tedesco, probabilmente. O
un uomo di una city, una fra le tante di Amsterdam, Londra o Nuova York.
Il sacco aveva sempre fatto il suo dovere. Con tenacia e costanza.
Lui ci aveva applicato qualche cerotto, a destra e a manca. Un po’ di vernice.
Qualche rattoppo per renderlo più credibile. E intorno ci aveva
fatto una specie di arca. Un arca dell’alleanza magica. E aveva assoldato
due caproni, due buzzurri, esseri di campagne sperdute, senza colore e
cadenze, per fare la guardia. E tutto l’ambaradan aveva funzionato.
Fino ad una sera. Quando nel sacco. Lei non ci volle entrare più.
Cominciò a dire: è buio. E allora lui ci mise qualche cosa
di nuovo, un po’ di lumini, per allietarle il tempo che passava. Poi disse:
è stretto: e allora vai a mettere un po’ di forme per rendere il
tutto più largo. E ancora: manca di colori: e lui ci aggiunse un
po’ di verde e maniche di blu. Ma lei diceva… e ancora e ancora. Che ci
volevano altri numeri, che lei nel sacco non si trovava a suo agio, che
aveva visto fare delle cose sorprendenti con delle zucche, che il puzzo,
il tanfo, e quell’odore di topo morto che veniva dal sacco, insomma, non
ce lo voleva più fra le papille gustative e fra i tormenti del naso.
Lui provò. Qualcosa di nuovo. Risultato: prima qualche sussurro.
Poi qualche accenno di fischio. Poi delle alzate di braccia. Dei rimproveri.
Delle urla. Delle fughe. L’iradiddio. Il pandemonio. Lo spettacolo era
stato un fiasco e la sacrestia era stata abbandonata in gran fretta, sotto
scorta dei carabinieri e la massima riprovazione del parroco locale, certo
che anche quella volta, lì, c’era la mano del demonio.
Insomma: non ci si decideva. Lui la voleva infilare nel sacco. Lei
non ci voleva entrare. Fu quello il momento che provò con le buone:
“ciccina, ti faccio l’imitazione del pavone? Ti racconto la storia del
brigadier Cuzzocrea? Vuoi che ti cucini qualche cosa che ti piace?… Vuoi
che telefoniamo a tua madre? Vogliamo fare un viaggio qua intorno, che
c’è una buona trattoria? Hai sentito parlare di quella nuova cura,
che salva la gente che ha paura del buio? Vuoi che ti porto alla neuro,
parli con un medico che capisce quali sono le tue pulsioni? Insomma: che
cazzo vuoi, bella dell’amore tuo?”
Lei entrò allora in una fase di mutismo. Zitta e assente, girava
intorno alla roulotte. L’unica degnazione era per i due cafuognoli che
la seguivano passo passo.
Una bella sera, che lei sembrava un po' più intenerita
e i colori della sera formavano dei panetti di salsa in cielo, lui glielo
chiese per un’ultima volta. Ma che cazzo c’è.
E lei rispose come nessuno se l’aspettava: è che lì dentro,
voi non lo sapete c’è l’universo e io mi sono innamorata di quello
che c’è là dentro.
Il mago prontamente rispose che quello di sacco universo era un nome
inventato, che ce l’aveva dato lui, così per scherzo. Ma lei subito
disse: “ma no, ma no: tu là dentro non lo sai. C’è un’altra
stanza, una stanza segreta dove scompaio io ogni volta per poi riapparire.
E’ una stanza calma calma e buia buia. Ma io mi ci trovavo bene.
Fino a qualche mese fa. a quel punto ne è venuto fuori un signore.
Più che un signore. Un ovale. Mezzo dritto a faccia di pesce.
Che non parlava. Odorava. Me e poi quello che c’era intorno, cioè
il buio. Poi, con un accento che io non conoscevo, mi ha chiesto che esperienza
era quella. E io gli ho detto. Esperienza? L’esperienza della magia. Fu
così che lui rise. Di una risata che scompose ben poco attorno a
sé: dentro quel buio, d’altronde. Ma teneva occhi dolci e profondi
e mi disse, vieni te la faccio fare io, l’esperienza della magia. Allora,
da quella stanza del sacco passammo ad un’altra, poi ad un’altra e poi
ad un’altra ancora: alla foresta incantata, a quella pietrificata, a quella
di lapislazzuli e di pietre blu, a quella tutta di granate, a quella di
nebbia fine fine, a quella di nuvole e di pianeti… E mi innamorai, dell’uomo
lisca di pesce, faccia di triglia che conosceva una sola parola, esperienza.
Poi lui se ne andò , mentre fuori scrosciavano gli applausi del
tuo numero. E io uscì. Poi rientrai subito dopo, e al posto della
lisca di pesce e degli occhi profondi trovai un intimo di sfratto con il
quale mi si in giungeva – si è proprio la parola esatta – di non
presentarmi mai più in quel luogo. Penale: la perdita delle mie
esperienze con l’uomo pesce-palla… Ho avuto paura, e quelle esperienze
non le voglio perdere”.
Il mago, che era uomo più concreto di quanto si possa credere
non stesse a sentire una parola di tutta la storia. La solita zoccola.
Pensò. Dentro al sacco co’ qualcuna delle guardie giurate. O con
qualche sacrestano più lesto di mano che di pensiero.
E giurò che gliela avrebbe fatta pagare.
La sera dopo, lo spettacolo. Scarsa affluenza, ma il sacco in buona
evidenza. I due cognardi pronti. La donna cominciò a strepitare.
A muoversi e a dibattersi . Ma il mago rimaneva sereno, senza macchia.
Cominciò a spiegarle che non valeva la pena entrare tutta dentro,
bastava solo un poco che sporgesse dentro la testa. Che ci infilasse la
punta delle orecchie. Che ci dimenasse dentro il collo. E lei: no no e
no. Allora con la forza dei due cognardi, ce la infilarono tutta dentro,
pronti ad aspettarsi qualche sua reazione, per farle vedere che niente
succedeva, che tutto era sotto controllo. E il sacco se la risucchiò,
come con un filo di spaghetti. Sguishhhh. Tutta dentro. Rimasero appese
fuori solo due splendide caviglie, appese e immutabili. Sembravano fatte
di calce viva.
Il mago ristette e si domandò che fare perché il sacco
intanto non si apriva. Chiuso come una cozza. Sigillato. Attonito e impenetrabile.
“Prendiamo un pezzo, poi un altro, poi tre o quattro ai vari lati. E si
bruciano. Insomma. Lo circondiamo. E così piano piano avvolto dalle
fiamme questo sacco sentirà qualche dolore e allora la sputerà
fuori”. E ripetè: “allora avete capito: tre o quattro e poi si bruciano”.
I due cognardi obbedirono e presero le torce. Al primo fuoco il sacco
si ristette. ma al secondo. Madonna mia dell’Arco. Prima le prime spire,
poi le seconde e le terze. Poi le file delle trame e poi l’impianto dell’ordito.
Poi lo scheletro di alluminio e le venature del ferro. Poi ancora tutti
i marchingegni cominciarono a muoversi. In una danza. In un movimento che
sapeva di dolore e di urla. Al rosso del fuoco rispondeva l’acciaio brunito
dei ferri, che stridevano uno dentro l’altro comprimendo la donna e i suoi
malleoli che cominciarono ad agitarsi e a cozzare l’uno contro l’altro,
come se diventassero dei denti.
Più il fuoco cresceva, più gli ululati si facevano distinti.
L’ululato di un sacco che si muoveva distinto, riducendosi sempre più
a pezzi e a brandelli, avvolgendosi intorno al corpo della donna che in
tutto questo si intravedeva come una sagoma tra le sembianze del sacco.
Il fuoco crebbe e il sacco non riusciva più a resistergli. E
piano piano ridiede vita alla donna. Prima i piedi, che erano rimasti,
nonostante il movimento, sempre belli e dolci. Poi le caviglie, le ginocchia,
le cosce, il pube, il seno, il mento il naso ma: niente occhi, gli erano
scomparsi, letteralmente dal volto, Come rubati. Priva di vista e di sguardo.
Vuota e tutta fronte.
A quel punto i due cognardi si nascosero dietro al mago. Atterriti,
spaventati. E il mago non fece niente. I gesti non servivano: lei non vedeva.
Tentò con un suono: ehi, ehilà, senti…
Lei si voltò come gli uccelli. Di sbieco. E sorrise del sorriso
più grande dell’universo. “Avete distrutto la speranza – disse –
ce ne erano mille e più di mille dentro a quel sacco. Stanze su
stanze che voi nemmeno potete immaginare. Pareti alte più del colore
della luna. Più dell’anima delle stelle. Non ve ne siete accorti
quando battevo i malleoli che non era una danza, ma un segnale, per dirvi
basta, fermatevi? Che con questo mondo avete distrutto anche il vostro?
Io sola da questa maledizione mi potrò salvare. Hanno pensato a
tutto. Tutto l’universo trasferito qui” – e si indicò un orecchio
– “dove convergeranno tutti i suoni e gli abbagli. E un altro universo
portato qui” – e si indicò la punta di un dito – “dove saliranno
tutti gli scalatori che hanno sogni di possanza. E un altro universo qui”
– e si toccò la lingua – da dove infinite generazioni potranno raccontare
le loro storie”. E così via, cominciò un lento inesorabile
elenco, lento ma gagliardo. Affabile e crudele. Lugubre e dinamico. E dopo
un tempo interminabile disse. “Solo lo sguardo non ho. Non mi serve più.
Perché del vostro mondo, che è stato maledetto, non c’è
più niente da vedere”.
Il mago e i cognardi si guardarono: davanti a loro c’era solo una strada.
(amedeo feniello)