Dadi

 Aveva qualche possibilità, ora che era diventato un dado? Ruotare sempre e ruotare: senza soluzione. Con una continuità perversa che qualcuno definiva vita. Non gli interessava avere solo sei facce: gli bastavano a completarlo. A renderlo vivo. A dargli quella dignità e quella forza che la catena degli eventi gli aveva limitato. Non se ne sentiva saturo. Anzi. La successione degli 1 o dei 6 non gli comportava particolari disillusioni o angosce. Era un dado: e tale era la sua funzione… Rotolare e cambiare faccia, incessantemente. Aspettando che tutto questo movimento raggiungesse un apice e una sostanza.
Del lavoro, poco gli importava. Preferiva le sequenze ai piani fissi e immobili: e così si comportava. Per sequenze. Per rivolgimenti di facce. Per cambiamenti di umore e di capacità. Partiva sempre con una faccia, alle otto del mattino. E la trasformava, ma senza fare combinazioni. Senza seguire un ordine precostituito. Non ne era capace. Lasciava fare tutto ai bussolotti, al suo destino, alle sue stanche applicazioni di ogni giornata.
Precipitare come un dado. E continuare ad essere sempre un’unità senza riuscire ad essere mai la somma di qualche cosa, il prodotto di qualche avvenimento, episodio, evento. Essere sempre integro: e ragionare per singolarità, che marciavano sempre con costanza da uno a sei e viceversa, con qualche follia: un tre preso da mezzo, un due schiacciato tra le pagine di un giornale, un  quattro che rapidamente faceva capolino, da sotto al suo letto, la mattina, alla fine dei sogni…
Non si risovvenne mai dalla sua condizione di dado. Amava questo precipitare ardito. Questa vita senza consistenza da un lato all’altro delle cose. Ma sempre in una dimensione fissa, circoscritta. Limitata. Sempre sei e solo sei: delle sfaccettature amare, che lasciavano poco spazio a giorni briosi, a voglie diverse. A sentire che oltre quel mondo, ampio ed oscuro, delle sei facce ci potesse essere una sensazione musicale, lo sbattere di una porta ad esempio, che lo potesse svegliare.
Così, non aveva mai incubi logaritmici: perché la tensione oltre il sei non poteva andare. Né sogni filosofici, perché che distanza volete che ci sia tra appena sei numeri: quella di un infinito ristretto, senza memoria. Dove le vicende si appiattiscono e diventano mute. Dove l’unica vacanza che esiste è quella di un  corpo morto, scavalcato da continui torbidi senza un preciso senso dell’incanto.
Così, passava i giorni con la stessa costanza. Le stesse riflessioni di sempre. La stessa percezione del suo essere, della sua medesima esistenza. Toccava le cose che lo circondavano ogni momento con una faccia diversa. Roteava vorticosamente, da un verso all’altro: un’esperienza che viveva incessantemente. Prevista nel pensiero prima di metterla in opera. Cambiava continuamente lato, in modo da moltiplicare per sei il mondo che lo circondava. Ad esempio, una frase letta con garbo, diveniva subito il suo mondo parallelo a sei facce: e il garbo si trasformava in rumore, emozione, carenza, gioia, sospetto e mutazione. Annaffiare la pianta, diveniva subito alimentare, ma anche percepire, godere, bruciare, limitare e sorridere. Guardarsi, tra lo specchio e un'anta dell’armadio, significava garantirsi pace, strutturarsi una vita, colmarsi di debiti, rendersi circospetto e compunto, trovarsi musicale e perverso e, nello stesso tempo, indifferente a sé e al mondo…
Un giorno gli sovvenne un pensiero. Continuava a vorticare nella sua testa da mesi. Ma quel continuo turbinio, quel movimento di troppo dall’ 1 al 6 gli impediva di metterlo a fuoco. E fu un pensiero relativo a un animale. A un cavallo, che si brancicava la schiena nell’erba, tenendo le zampe saldamente in aria. L’aveva visto una mattina, troppo tempo prima, quando le sei facce uscivano tutte insieme, e non in maniera disordinata, come troppo spesso adesso capitava. Il pensiero di quell’animale gli portò disordine: perché era una forma inconsueta e inaspettata. Un cavallo con i piedi in cielo e l’anima in terra non rientrava tra le sei facce del suo dado. Cominciò ad operare un lieve scandaglio, che divenne però sempre più rapido e sempre più allarmante. Uno scandaglio cupo e profondo. Da palombaro. Da uomo che vive il mare con tutta la paura che qualcuno non torni. Le sei facce si mossero dapprima in silenzio, poi si concentrarono sulle parti del cavallo. Scannerizzavano tutto con la paura di incontrare qualcosa di diverso che andasse oltre le sei facce. Ecco: il pensiero si fece più denso, costruito. Sembrava di camminare lungo la muraglia di un castello con sotto centomila feritoie che spaventavano gli assedianti inorriditi. Ecco: oltre le sei facce c’era l’anima di un cavallo che si drizzava sulla schiena, in mezzo all’erba, nitrendo verso il sole invece che verso l’erba. Che pensava un pensiero di camminare sulla cima degli alberi mentre il mondo diventava sempre più ristretto, solo una proiezione della sua schiena e nient’altro.
Questo pensiero si moltiplicò: e il mondo della schiena si ridusse in sei nuove parti, dove accanto alla schiena di un cavallo c’erano le schiene di milioni di bagnanti che guardavano a tempo a tempo chi il sole e chi il fluire delle onde del mare. E dal mare si passò alle spire che ingabbiano le tracine, quando i pescatori si risollevano imbizzarriti dalla schiuma che c’è nei loro occhi. E dagli occhi tutto divenne come una visione, sempre più parossistica, dove l’amaro del sei diveniva l’amaro dei dodici apostoli, dei ventiquattro ventriloqui, dei quarantotto ricci di mare, dei novantasei pezzi di compensato che servivano per costruire il tavolo. Fino a toccare, sempre moltiplicando, l’Universo delle pareti di casa sua.
Si mise allora anche lui a testa in su. Ora anche la sua schiena, ben inarcata, reggeva tutta la Terra. E si scatenò. Una volta per tutte. Dicendo alle sue facce di andarsene, di lasciarlo finalmente in pace. Di ridargli la sua disintegrazione. La sua frammentarietà. Di lasciarlo così, finalmente scomposto. In infiniti, scomposto. Padrone di tutto, e di un mondo immiserito fatto di centomila ragioni.
E impose di non lasciargli più fiato. Di lasciarlo alle sue punizioni e al suo candore. Di spezzarlo in mille gocce, una ad una più piccola di ogni altra. Di lasciarlo, finalmente, moltiplicato solo per sé stesso.

(amedeo feniello)

libreria 
home page