Quel rullino fotografico l'avevo raccolto per strada.
Doveva essere caduto a qualcuno. Era improbabile
che l'avessero gettato via (la curiosita' di vedere come vengono e' sempre
troppo forte). Io me ne andavo a spasso di pomeriggio inoltrato per i vicoli
ombrosi dei quartieri storici, con i miei abiti estivi che mi facevano
apparire un ricco barbone. Ma quando ci sono 37 gradi non sono in molti
a farci caso. Qualcuno dira': 37 gradi!? Stattene a casa! ... a casa ce
n'erano 39.
Cosi' facevo il "pellegrino delle fontane", che
e' una pia occupazione praticabile in quelle citta' civili dove spesso
passeggiando si incontrano fontanelle d'acqua fresca, per cui non si e'
costretti a consumare bevande nei bar. Ed io di fontanelle non me ne perdevo
una. Un po' il caldo, un po' la devozione e l'allegria per quei gioiosi
zampilli mi attiravano, e bevevo, anche solo un sorso. E pensavo si', che
l'acqua e' vita e quando scorre copiosa e' anche abbondanza, e certezza
nel futuro. Ecco spiegato forse quell'entusiasmo infantile che ci prende
contemplando ruscelli e cascatelle in montagna, oltre che il grande successo
mondiale di quel dispositivo denominato doccia.
Sara' qualcosa che ci tiriamo dietro dai nostri
antenati contadini che scrutavano il cielo in attesa di pioggia per il
raccolto.
Ma che dicevo dunque? ah si' che faceva caldo e
camminavo da solo per il centro. Infatti non c'era nessuno, a parte un
intero popolo di turisti al bivacco, che sudavano dalle labbra e dai capelli.
Perfino le loro videocamere sudavano ne sono certo. Oltre a loro c'era
un certo numero di bestiole cittadine, gatti e cani. Su questi ultimi,
in particolare, mi si consenta di osservare che il comune modo di dire
"solo come un cane" e' totalmente infondato. Basta guardarsi intorno per
scoprire che nessun cane e' solo, sono tutti accompagnati da padroncine
amorose, e se vedete un randagio, non esultate, bensi' seguitelo che lui
vi portera' dritti dritti da un altro randagio (umano stavolta), un senza-casa
a cui fara' le feste.
In preda a questi pensieri, mi venne il triste sospetto
di essere la creatura piu' sola della citta', e forse del mondo intero.
Non abbattiamoci. Qualcuno di voi si sara' chiesto
che c'entra il rullino che ho trovato all'inizio. C'entra.
Infatti girovagando senza meta si e' portati a guardare
per aria ed osservare i piani alti degli edifici, le cupole delle chiesette,
i fregi delle finestre, i colombi (che schifo) sotto i cornicioni. E' una
prospettiva che ci fa apparire nuova anche la strada che frequentiamo piu'
spesso. E' un'esperienza interessante finche' non si pesta qualcosa che
porta fortuna e quindi, dopo aver ringraziato i cani di cui prima e le
loro civili padroncine, si ritorna istintivamente a guardare a terra. E
qui appunto trovai il famoso ...
(Coro) "RULLINOO!!"
Esatto.
Non saprei dire esattamente perche' lo feci sviluppare.
Non fu solo curiosita', piuttosto provavo pena per quei ricordi intrappolati
in quell'involucro, rinchiusi in mondo angusto e senza luce. Pensavo all'ignoto
fotografo e al suo dolore per la sua opera perduta. E cosi' io l'avrei
riportata alla luce dalle tenebre.
L'ostetrico... pardon, volevo dire il fotografo
mi consegno' la busta con le foto il giorno dopo.
La tasca del pantalone dove le avevo riposte sembrava
palpitare mentre tornavo a casa. Non avevo avuto il coraggio di guardarle
prima, deisderavo essere solo. In fondo stavo violando la vita di qualcuno.
Tutte le mie belle intenzioni del giorno prima si erano macerate e disfatte
in una poltiglia che emanava il classico olezzo della curiosita' morbosa
del guardone importuno.
Ero dunque capace di una simile bassezza, violare
il riserbo di un altro essere umano, introdurmi nella sua vita come un
ladro per carpirne le immagini forse liete, forse tristi o intime.
Una volta a casa poggiai la busta chiusa sul tavolo
e la osservai. Comunque andasse il mio gesto non sarebbe stato senza conseguenze.
Mentre pensavo di gettarle via senza guardare, mi pareva di udire un urlo
disperato venire dall'involto. Allora, prima ancora di poter decidere alcunche',
stavo gia' osservando le foto.
C'erano nuvolette rosa e viola, sospese come per
insolenza nel cielo, di un blu compatto come un macigno. E null'altro.
Immobili e imperturbate dall'inizio dei tempi, emanavano sicurezza, serenita'.
L'immagine seguente era un piccolo mulinello d'acqua
su una superficie tranquilla. Il gorgo ruotava, lento, ma ineluttabile,
come un richiamo liquido verso cui planare dolcemente.
La terza fotografia raffigurava minuscole bolle
in un liquido illuminato da una luce calda che si diffondeva, come attraverso
una parete arancio, come proveniente da un'alba lontana. Una luce buona
e nutriente che puo' soccorrere e consolare, e fugare ogni paura.
Le osservavo lentamente, incerto se proseguire.
Cosa rappresentavano? Avevo la sensazione di saperlo, ma non riuscivo
ad ammetterlo. Come se queste immagini fossero mie da sempre, come se stessi
osservando paesaggi noti alla mia memoria. Non so perche' mi venne in mente
il volto di mia madre, anzi di piu', il pensiero assoluto di mia madre,
l'idea della madre, creatrice unica e insostituibile della vita. Il suo
sguardo sulla mia nuca, e prima ancora il suo seno sulla mia bocca, e prima
ancora il dondolio del suo diaframma sulle mie mani immerse nel liquido.
Sono solo strane fantasie mi dissi.
Ma un lampo di luce bianca e fredda mi investi'
dalla foto seguente, come un attimo di terrore. Improvvisa e terribile
fine di un'epoca. Cos'era dunque questo, se non un ricordo preciso? Io
quel lampo l'avevo gia' visto, e vissuto ne ero certo. Era la fine della
pace e l'inizio del dolore, marcato in maniera indelebile nell'animo da
quel lampo tanto tempo fa.
A confronto nulla era piu' triste ne' angoscioso.
Nessuna solitudine maggiore di quell'attimo supremo di liberazione che
nessuno puo' desiderare.
Avevo la gola secca, mi sudavano le mani, mantre
lo stomaco si sentiva pieno di sassi.
Mi misi a scorrerle piu' rapido. Volevo vedere come
andava a finire.
C'erano immagini di mani affettuose e salde come
dei validi appigli. E ginocchia su gambe alte come tronchi d'albero, e
giocattoli e libri. E poi ancora mani e poi seni e labbra, e occhi di donna.
C'era poi il sole, e c'erano case antiche, con i loro cornicioni affollati
di piccioni, e i tetti e le cupole delle chiesette, viste dal basso.
Su una delle foto c'e' un tizio che guarda per aria
mentre un cilindretto gli cade dalla tasca, mentre su quella successiva
si vede che il cilindretto e' un rullino e c'e una mano che lo sta raccogliendo.
Le altre foto non le ho guardate piu'. Ho paura.
Le ho nascoste in un luogo sicuro, come una antica profezia. A occhio e
croce ce ne saranno rimaste una decina.
Vi chiedete cosa c'e' da temere?
Pensate allora che mi restano da vivere si e no
dieci scatti.