Coemeterium in festa.

L’arrivo a Capodichino del volo New York-Napoli con scalo a Londra era previsto per le 11.30 a.m., salvo ritardi o imprevisti. Ad attendere la zia ultrasettantenne, accompagnata dal figlio, dalla nuora e dai suoi tre nipoti italo-americani, erano in pochi, solo due cugini che avrebbero fatto strada fino al paese. In perfetto orario l’altoparlante annunciava l’atterraggio del volo TWA 954 proveniente dalla Grande Mela, che per la zia si riduceva tutta a Little Italy, dove circa vent’anni prima si era trasferita per raggiungere il marito, poi prematuramente scomparso e seppellito nel cimitero di Broccolino.
I cugini velocemente si incamminarono verso gli arrivi e con una vecchia fotografia alla mano, dai colori oramai sbiaditi, cercarono di individuare i loro parenti tra gli altri passeggeri. Travolti da una folla che si scambiava lunghi baci e abbracci e da gente in corsa per acciuffare un taxi, li videro poco lontani, in disparte, confusi e spaesati anche per il fuso orario, silenziosi ed immobili nell’attesa di essere riconosciuti. Si avvicinarono e dopo i soliti convenevoli saluti, fatti di un «com’è andato il viaggio», «sarete stanchi», «che tempo c’era a Nuova York», andarono tutti insieme al ritiro bagagli. Solo tre valigie, per loro la permanenza sarebbe stata molto breve, avevano lasciato importanti impegni di lavoro e di studio. Dopo cavillosi e sospettosi controlli alla dogana, finalmente portarono via anche la zia, l’ultima a lasciare l’aereo. Lei avrebbe viaggiato da sola sulla macchina nera, tutti gli altri l’avrebbero seguita come in un piccolo corteo fino a Coemeterium, appena una ventina di chilometri da Napoli, dove ad attenderli c’erano tutti : dal sindaco al parroco, accompagnato dal sacrestano, e poi i parenti, gli amici, e persino i carabinieri. Lungo il tragitto poche domande, poca commozione, solo voglia di arrivare e risolvere in fretta.
Al paese fervevano, intanto, i preparativi. La piccola chiesa del cimitero era stata addobbata con fiori bianchi, ordinati dalla congrega della Madonna della Misericordia che la zia prima di partire aveva lautamente sovvenzionato, accanto ad uno sperpero ed esagerato numero di lumini e candele. Anche la cappella di famiglia giorni prima era stata tirata a lucido e al suo interno erano state sistemate alcune sedie per consentire ai parenti stretti di poter comodamente conversare, inciuciare meglio dire, nell’attesa di porgere il benvenuto alla zia lontana. Questo ritmo di gambe levate e mani operose fu d’improvviso interrotto quando si vide alla fine del viale quella triste macchina scura. Lestamente i più giovani si offrirono per portare in spalla quell’enorme cassa di ciliegio pregiato, dai ricchi  e fini intagli. La zia aveva sempre voluto il meglio per sé.
Sembrava fosse tutto pronto per dare inizio alla celebrazione del rito funebre quando don Felice, imponente davanti al portale, né vietò l’ingresso, il feretro non poteva assolutamente varcare la soglia, era contro ogni legge e morale cristiana, avrebbe ricevuto soltanto un eterno riposo, fuori, sul sagrato. Vane le corruzioni, così come le suppliche, per convincere quel parroco grassone a recitare anche una brevissima omelia nel luogo sacro. Proprio lui che si rivelò il più curioso di tutti quando la bara fu aperta. Così la chiesa fu presto liberata da fiori e lumini e tutto l’addobbo per mano delle solerti bizzoche fu trasferito all’esterno, sistemato alla meglio attorno alla zia che poggiava su cavalletti per giunta traballanti. Per la seconda volta, la prima era stata in aeroporto, fu tolto il pesante coperchio e tra la folla si levò un’esclamazione di stupore, quasi un’ovazione da stadio, un lungo e forte ooohhh che risuonò per tutto il cimitero. Tutti increduli alla vista di quell’insolito quanto macabro spettacolo.
La zia era bellissima, in vita non lo era stata di certo. Indossava un abito bianco arricchito di merletti e ricami, uno di quegli abiti da sposa che andavano tanto di moda negli anni ’50. I capelli erano sicuramente tinti, o forse si trattava di una parrucca, nessuno osò chiedere o accertarsene, con il velo che le ricopriva il capo e scendeva lungo le spalle. Il viso liscio, tirato, senza una ruga, le palpebre coperte di un ombretto celeste, il rossetto sulle labbra, rigorosamente rosso, e due mele rosa disegnate sulle guance. Anche le unghie delle mani erano smaltate di rosso, così come quelle dei piedi avvolti in un paio di vezzose scarpe dorate.
Era forte il puzzo di vanità e ancora di più quella voglia di stupire a tutti i costi con le sue stravaganze e la soddisfazione di far parlare di sé anche adesso che era morta.
Ad uno ad uno e senza parole, come in fila alle casse dei supermercati o all’entrata degli Uffizi, la gente si avvicinava per guardare e fissare questa donna che aveva l’aspetto di una statua di cera, era finta, sembrava fosse una vecchia bambola da conservare sullo scaffale perché stanchi di giocarci. Le condoglianze ai familiari spesso lasciavano il posto alle numerose domande, curiose ed indelicate, del perché, del come, del quando e soprattutto del quanto. Ma ormai loro non ci facevano più caso, anzi rispondevano con naturalezza fornendo dettagli e particolari superflui, del tutto inutili. I saluti alla salma proseguirono per ore in quel caldo pomeriggio di fine aprile. Ma incalzava ormai il tramonto e con esso si sollecitava la chiusura del cimitero. Si doveva proprio andare. I becchini, che abitualmente assistevano a scene strazianti di pianti e di disperazione, e non certo ad una confusione al di là di ogni immaginazione, erano visibilmente stanchi e non aspettavano altro che di sigillare per sempre quel coperchio. In tutto questo continuo parlare, decidere, chiedere, non ci si era neppure accorti che una bambina, di soli nove anni, era rimasta incollata con il mento poggiato sul bordo della bara per tutto quel via vai di persone che avevano sostato davanti alla cara estinta. Da quella posizione aveva potuto origliare tutti i commenti, comprese le tante cattiverie che erano state pronunciate sottovoce. Era rimasta lì immobile con i suoi occhi grandi ed impertinenti, sgranati sulla vecchia zia che tra l’altro non aveva mai conosciuto. L’aveva osservata attentamente per l’intero pomeriggio, non le aveva fatto per niente paura, e di sicuro non le era piaciuta, forse anche per certi strani racconti ascoltati da sua nonna. Si allontanò salutandola con una linguaccia, dispettosamente le voltò le spalle e corse via raggiungendo quella piccola folla che ormai si muoveva verso l’uscita.
Il cancello del cimitero fu chiuso, restituendogli quella pace e quel silenzio che ancora non avevano avvolto la lunga strada del ritorno, dove forte si sentiva il bisbigliare di voci, proprio come dopo aver ammirato i fuochi d’artificio, di quelli che si vedono soltanto durante le feste patronali.

(terasia panagrosso)

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