Era il tempo delle piccadilly a punta a spillo, verso
il ‘72 - ‘73: e qualcuno si inventò il pezzotto. Le cose andarono
così: bisognava trovare il modo di vendere le moto e le macchine
rubate e metterci sopra un numero di matricola nuovo. Ci si ingegnò
e ci si riuscì. La prima esperienza fu rozza e artigianale, ma da
allora se n’è mangiato pane: oggi, se girate per esempio per Secondigliano
di pezzotti ne trovate di tre tipi: uno, il più una chiavica, costa
veramente poco, ma lo staccate con una sputazzata e i carabinieri vi sgamano
subito e vi pigliano a calci in culo fino a Poggioreale perché siete
veramente delle samente a pigliarvene uno così. Il secondo è
un poco meglio: lo fanno con certi vecchi ferri dei fabbroferrai e costa
un tanto di più: la polizia non vi sgama ma lo dovete rinnovare
ogni tre quattro mesi, tipo bollino blu, perché col calore del motore
quasi quasi si squaglia e se ne cade. Il terzo invece è perfetto
e consente uno smercio fantastico che fa della città di Napoli la
mecca di macchine e motorini rubati. Perché si tratta di veri e
propri laboratori che si sono comprate le macchine da stampo da quelli
della fiat o di altre marche di automobili e fanno dei santanna di pezzotti
che non li riconoscerebbe manco Gianni Agnelli e il suo amministratore
delegato. Prezzo: sulle cinquecentomila lire ma con la macchina vergine
come nuova.
Questa abitudine del pezzotto ha finito per creare,
in questi ultimi vent’anni, una curiosa deriva semantica: la parola “pezzotto”
è entrata a tutto diritto nel vocabolario napoletano, al punto che
è stato coniato anche il verbo “pezzottare” o “appezzottare” che
viene usato nei casi più svariati. Per esempio per dire che uno
è palesemente bugiardo e menzognero. Oppure scemo, perché
mammà e papà ti hanno creato solo con un velo di cervella
(che, si sa, è una sfoglia di cipolla) e basta. O per dire che hai
comprato qualcosa che non funziona bene: uno stereo, un giradischi o un
televisore che dopo i primi momenti di gloria ti lascia a piedi.
Ma soprattutto, per marcare un prodotto falso: una cravatta, una borsa,
un vestito, un computer, un paio di occhiali da sole. Come anche per definire
video e cassette finte, di cui in città esiste un mercato assai
fiorente fatto da personaggi mitici, come il grande Mixed-by-Erry. Ma pure
nella vita politica e culturale il verbo pezzottare trova una sua originale
e adatta utilizzazione, viste le numerose iniziative che, patinate e alla
moda, puzzano da mille chilometri di abbruciaticcio, camaleontico ed illusorio.
E che proprio per la loro indecenza e la loro mancata adesione al contesto
vanno considerate, con tutta la raggia e tutto lo sdegno, appezzottate.
Napoli
Proposta
Dopo l’ennesimo morto ammazzato, tra Casavatore
e Secondigliano:
Sentite, a vulessem’ chiammà pure quà
‘na bella forza multinazionale di pace?
Intermezzo
Questi ci hanno ucciso la salute. La Madonna. I Santi.
L’Immacolata Concezione... Teneva ragione quello: la religione è
l’oppio dei poveri.
Donne
Dentro al vico non le piacevano le canzoni. Ad A.
le piacevano gli occhi. Li ritagliava, interi interi. Però non li
conservava: il padre avrebbe voluto appenderli dentro al basso, sopra un
cartone, perché forse accussì le mosche se ne andavano,
perché a noi le mosche ci fanno compagnia fino alla vigilia di Natale.
Ma lei niente. Prendeva un corpo: e ci tagliava tutto. Prima le gambe.
Poi il collo e la pancia. Poi le braccia. E poi, con la punta, faceva una
senca dentro alla carta e ci strappava gli occhi. Un poco se li guardava.
Un poco se li girava. E li metteva dentro al cestino dei punti Palmolive.
E se li scordava.
A. mi diceva che dentro al vico gli occhi so’ tutto.
Più dell’alzata delle cosce e dello spacco della gonna. Solo non
le piacevano gli occhi di Stefanie di Monaco. Diceva che sono come il mellone,
che ti sazia e ti fa male. E poi, nel vicolo di occhi così dove
li trovi: manco con le lentine. Trovi invece quegli occhi bruciati, dove
pare che il disprezzo di Dio c’ha messo casa. Quegli occhi che ti guardano
da sotto, che prendono un saluto come uno schiaffo. Quegli sguardi da uccello,
che prima ti squadrano con un occhio e poi con un altro, perché
tutto in una volta è cadere in fallo, fare gioco pericoloso. Perché
poi, in fondo, il vico si appiccica agli occhi, ti fa le forme dentro lo
sguardo, e ti fa pensare che quelle quattro mura o quel portone,
che si apre solo un poco, sia tutto quello che, per sempre, ti può
bastare.
Napoli
Sera tardi. A. è fermo in macchina a via Partenope
davanti a travestiti e prostitute. Una si avvicina al finestrino e chiede
ad A. di abbassarlo. E, poi, decisa, ma con garbo:
- Cortesemente, vi volete levare da davanti il magazzino
Intermezzo
Tema: Dante dedicò tutta la sua vita alla
cultura. Questo personaggio a me mi è rimasto molto impresso perche
è difficile che una sola persona riesce a fare tutte queste cose
insieme.
Napoli
C. M. Cipolla ha ragione nel distinguere un’Europa
continentale dalla fascia mediterranea, usando una formula breve ma efficace:
da una parte i campi aperti, il burro, la birra; dall’altra i campi chiusi,
l’olio, il vino. Ma la distinzione, proprio perché così sintetica,
resta, a ben vedere, alla superficie delle cose, riuscendo solo a scalfire
la patina delle differenze. Esiste invece un confine tanto più sottile,
che non implica la sfera economica e sociale, ma che va oltre il costume,
il gusto e la cultura. Questo confine è il gesto. Esiste un’Europa
del non gesto, che va dal Po, dall’Emilia, coinvolgendo tutto il centro
Europa, raggiungendo l’immobilità anglosassone e la fissità
pressocché assoluta dei popoli baltici. Nel bacino del Mediterraneo,
invece, ci ritroviamo tutti accomunati in una assoluta uguaglianza gestuale.
Stessa natura, stesse consuetudini. Il gesto diventa l’esatto companatico
del parlare: un rafforzativo, un accompagnamento. Il gesto esalta, chiarisce,
diminuisce, sottolinea, rende più o meno elevati i caratteri e i
livelli. Io appartengo a questa coinè, assieme a un turco
o a un siciliano, a un greco o a un magrebino. Basta vedere quando stringiamo
la mano: non ce ne andiamo lisci, ma azzardiamo la presa e la rendiamo,
ad ogni attimo del contatto, durevole.
Più ci si avvicina al nord, meno il gesto
si fa ampio, diventa carente, oscillante, finisce per camuffarsi e per
farsi privo di spontaneità, impallidisce. La risata perde in potenza,
si accartoccia, e, a tratti, smorza come assente. Il saluto diviene distante,
o, addirittura evasivo. L’abbraccio poi, è quasi del tutto latitante.
E allora, tra un mondo fatto di mosche, che si muovono roteando le ali,
che oscillano tutte le terminazioni nervose, che fanno delle unghie quasi
uno strumento sonoro e un mondo di basilischi, dove tutto si concentra
nella staticità dello sguardo e della parola, si accumulano le differenze.
E tra gesto e non gesto si scatena una guerra sorda, nella quale, come
in tutte le guerre, hanno un ruolo non secondario i rinnegati, coloro che
cercano di approdare in uno dei due campi, ma nel quale non sono né
richiesti e né desiderati. Sono i falsi immobili - ne ho conosciuti
diversi - che ti impongono di non gesticolare, perché ritengono
il movimento vizio, o assenza di equilibrio nello spazio, mancanza di prospettiva
nella rappresentazione del tempo. Dall’altro lato, invece, ci sono i falsi
mobili, che cercano di impossessarsi di un gesto come di interpretare un
dialetto. Sono i dilettanti del non verbale, degli esseri patetici a cui
una fissità accumulata nei secoli, congenita alla loro stessa natura,
li rende statici, appesantiti, sonnolenti nell’uso dell’ammiccamento e
del movimento gestuale. Non gli chiedete di comunicare a gesti in un bar
di Napoli, di Orano o del Cairo: verrebbero fraintesi, umiliati. Né
di azzardare il movimento del che me ne fotte napoletano: tanto
apparirebbe trasformato che potrebbe ferire per la sua brutalità.
Intermezzo
Mi tocco ergo sum
Napoli
T. mi racconta della sua prima volta a Napoli. Sceso
alla stazione, viene avvicinato da un tassista.
- Dottò, c’è lo sciopero. Sono l’unico
tassista in servizio, dove dovete arrivare?
T. Deve arrivare, e presto, in uno degli alberghi
della Marina. Il tassista si offre di accompagnarlo, ma, è chiaro,
in una giornata come questa, dove tutto può diventare rischioso,
il prezzo aumenta. Ma T. non bada a spese e, grato, esce da un’uscita laterale
della stazione. Ma appena salito sul taxi e girato l’angolo, T. si trova
davanti una bella fila lunga di taxi gialli Che camminano, e funzionano..
- Scusate, e quelli che sono?
- So’ crumiri, dottò.
Intermezzo
Il mio barista me lo ha spiegato: la paura di un
uomo solo è la donna sòla.
Napoli
Dal medico
- Allora, signor Cioffi ... altre malattie?
- ‘O Napule, dottò!
Donne
Teneva tutte le unghie schiattate fino in fondo,
e le dita rosse e grosse: ma oltre questo era proprio bella. Era tre parti
femmina e una parte dea. Una così dove la potevi trovare, manco
sopra ai giornaletti sporchi. Teneva un modo di fare che a P. lo prendeva
per lo splendore. E se ne innamorò, così da subito, da mezzo
alla strada. E allora usciva fuori al balcone per acchiapparla e per vederla
che usciva, perché lei a lui manco ci pensava. Però finì
che l’acchiappanza a lui ci riuscì, perchè tenevano una fatica
quasi in comune. E lui parlava e parlava e la guardava da sotto, perchè
da sopra teneva paura e ficcare occhi negli occhi lo metteva dentro alla
difficoltà.
La dea però, dopo manco qualche mese, si
sposò, con una specie di carrettiere che parlava co un sacco di
“o” e di “a”, ma pareva che non diceva mai niente e ci fece fare un sacco
di figli, a scaletta e senza ordine: Giacomoantoniocristinaciro. L’ultimo
era il più terribile: la faceva stare tutta la notte in piedi, perchè
quel figlio alla mamma se la zucava e le fece venire delle varici grosse
quanto a porta Capuana. E il carrettiere non la faceva capire più
un cazzo, perchè di soldi ne portava pochi pochi e sotto al materasso
non ci potevi lasciare niente, manco quello che bastava per le sigarette
o per comprare il televisore e la playstation.
P. fino al quinto anno del primo figlio aveva guardato
tutto questo sfacelo in silenzio. Poi un giorno, durante un cambio di panni
inverno - estate, ci pensò e lo fece. Non ce la faceva più
a vedere che tutta andava così a puttane. Andò dalla dea:
e lavorò, con un’accetta. Fu un lavoro rapido, che fece quasi con
cordialità, con un senso familiare perchè quello era il compito
suo, da quando aveva conosciuto lei e pure il marito e i quattro figli.
Perchè - lo dice sempre da dentro alla sua cella fitta fitta
di dentro Poggioreale - lui di Dio aveva capito poco, ma di quello che
aveva creato aveva capito tutto.
Napoli
Sul traghetto per Capri. Bambino della Napoli bene
si incapriccia con il cameriere del bar. Rompe le palle a morte. Prima
le caramelle. Poi vuole le patatine. Piange. Si incazza. Guarda il barista,
il suo nemico numero uno. La mamma lo asseconda. Pigliati questo, pigliati
quello. Il barista guarda tutta la scena: e subisce, ucciso da mamma e
figlio. Dopo mezz’ora di appiccico e di sguardi la mamma accontenta il
figlio, come solo le mamme di Napoli sanno fare.
Il barista, dopo la battaglia, mi guarda:
- Faceva bene Pol Pot: nu pugno ‘e riso e una mazzata
in capa.
Napoli
Torniamo al paradosso napoletano, mi dice un amico
in questi giorni. Se ci ragioni bene certi episodi - spari, ammazzamenti,
deportazioni - rientrano nella normalità, nella forma quotidiana
di questa periferia che assorbe la città e che fa della città
una sua propaggine. Rifletto che è giusto: più passa il tempo
è più qualunque cosa sembra diventare simile a Secondigliano,
alla 167, o alle periferie di Capodichino, Arpino, Casavatore, Arzano eccetera.
Tutto si adegua a questa periferia e prende la sua forma: dappertutto le
stesse strade senza marciapiedi, la stessa continuità senza soluzione
di caseggiati, lo stesso modo di vestire, di parlare, di fumare, di atteggiare
gesti e sguardi, e di aggredire. La periferia impera sulla città,
e domina tanto l’economia quanto i colori, le architetture e i sogni. La
metafora di tutto questo? Quando Bassolino ha cercato di abbattere le vele
della 167 a colpi di dinamite, di maglio, di capate e di bombe a mano.
E non c’è riuscito. Perchè (e il sindaco questo non lo sa),
la città sta magicamente tutta inchiavardata su quegli edifici che
ormai ne sono diventati la vera anima e la vera sostanza. Risucchiati quelli,
ne risulterebbe risucchiata l’intera città, mare promontorio porto
isole e Vesuvio compresi..
Donne
La signora I. ha troppe voglie di donna, anche oggi
che ha cinquant’anni. E lo dimostra, con l’ampia diga dei seni. E perché
sfoggia in continuazione, chissà perché, le caviglie e i
polpacci, che mi sembrano, anche adesso che è estate, stinti, come
se avesse sempre un paio spesso di calze. Eppure, mi sono detto per un
anno intero, questa donna è sposata, ha quattro figli e una caterva
di nipoti. Allora, l’insoddisfazione, da dove le viene? Credevo dalla menopausa
o da un ultimo impeto di femminilità. Invece no: la spiegazione
è un’altra. La signora ha sposato, 23 anni fa, una donna. Cioè
un uomo che è diventato donna. Non che non la soddisfacesse, questo
mai. Anzi, per 23 anni lui le si è attaccato addosso tutte le notti.
La cercava sempre. Ma in un modo particolare: si vestiva da donna, con
collant e tacchi a spillo. E la prendeva, ogni sera con un amore da lesbica.
Però, alla fine, lui s’è scocciato. Si è fatto una
cura di ormoni e ora va in giro per il paese finalmemte libero, con minigonna
e giarrettiera: i figli lo trattano poco, i nipoti lo chiamano nonna e
il paese, dopo un primo botto, lo ha soprannominato Nannina, detta ‘a
zia.
La signora I., invece, è sempre più
vuota. E schiava di quello che non ha mai conosciuto, c’ha paura, perché
la vita scorre, finisce presto. E allora la vedete: che si impupazza. Mette
profumi scadenti. E si sporca la bocca, con quei rossetti rosa, che si
spandono sulle sue labbra, perché ce le ha strette e sottili. E
va in cerca: lo vedete subito. Ve lo dicono gli occhi e certi archi del
sorriso; come pure certe stanchezze o le cento immagini della Madonna appese
al collo. E tutte le donne della famiglia sua lo sanno e sanno della sua
mala nuttata. Poi qualcuno cerca di rianimarla, con qualche promessa. E.qualche
maschio le si concede pure, di quelli disposti a tutto, che pensano che
ogni buco è pertuso. Camionisti, giocatori di tressette e biliardo.
Venditori di sigarette di contrabbando, di ogni tipo, razza e peso. Ma
lei non è mai contenta. Perchè lei non è il sesso
che cerca, ma l’uomo: e questo è ben difficile da trovare, quando
cammini in un giorno di festa al paese, o quando aspetti che, da dentro
la radio, ti facciano una dedica: una di quelle grandi, co’ tutta la famiglia
appresso, come ti piace a te.
Nel tragico di questa storia però ci sono
ancora gli incontri con zia Nannina: quegli incontri bevuti nello spazio
di un caffè, dove i figli se li spartiscono due mamme, e i nipoti
un casino di donne. Come due vecchie cummarelle, si raccontano i fatti
del paese, si pigliano il caffè e usano le stesse tazze e le stesse
cadenze, da suonata a morto. La televisione intanto sta sempre accesa:
e la puntata, la telenovela, scappa e va, perché, ogni tanto,
pure qualche ricco piange e la vita è tutta biùtifùl.
Cosa pensano in quei momenti: Nannina, alla musica dei figli, perché
lei li ha avuti senza averli, senza tenerli dentro; la signora I. al sapore
sensoso di un corpo, e a quelle belle normalità ottuse, fatte di
mutande cagi, di peroncini e di panni appesi con le mollette: vissute
tutte a testa bassa, senza consapevolezza, ma, proprio per questo, epiche
e, spesso, eterne.
Intermezzo
La festa dei Gigli di Nola, ridotta e scarnificata
all’osso da un mio allievo: prufessò, otto mazze all’erta,
cioè in piedi.
Napoli
Napoli. Si abbatte un muretto. Per evitare al presidente
Chirac cinquecento metri di strada. Il giorno dopo: il muro è ricostruito.
L’autista di un pulmino abusivo impartisce una doppia morale:
Morale A: fanno comme a Mussolini: levano da
qua e vottano dallà.
Morale B: Il Napoletano si fa secco, ma
non muore.
Napoli
Lui crede che la risposta migliore alle puttanate
della storia controfattuale che tanto sta andando di moda (quella - per
capirci - che descrive gli episodi della storia secondo percorsi alternativi,
tipo ...e se avessero vinto i tedeschi la prima guerra mondiale?, o
...e se avessero raggiunto i russi per primi la Luna? eccetera) sia
racchiusa in un sano proverbio napoletano imparato sui banchi del liceo,
all’età di 17 anni, e mai più dimenticato perché,
dice, foriero di una sana e pragmatica filosofia: ...e se la nonna teneva
tre zizze, il nonno: si arricriava di più?
Donne
Era che quel pomeriggio aveva fatto un sogno. Era
che scendeva da casa e se ne entrava dentro ai negozi, dentro alla strada
sua. Il primo che incontrava era il panettiere, e vendeva pane di tutti
i tipi: tondo, a palatone, cafone, a grissino, sfilatino. E non c’aveva
comprato niente. Poi era passata a quello accanto, che era la pasticceria:
entrava per comprarsi due graffe, una per lei e una per i bambini. Ma la
giovane della pasticceria glielo diceva: signora, non teniamo più
dolci: ma solo pane: tondo, a palatone, cafone, a grissino, sfilatino.
Non ci aveva pensato: allora era passata al negozio dopo, che vendeva la
roba di cartoleria: e il giovane di lì dentro glielo diceva: niente
penne e quaderni ma solo pane: tondo, a palatone, cafone, a grissino, sfilatino.
E poi era passata in un negozio di vestiti e pure qui solo pane, tondo,
a palatone, cafone, a grissino, sfilatino. E poi dal fruttivendolo, e poi
dal macellaio, e poi da quello che vende i giornali e poi da quello che
vende i dischi e cassette e poi e poi.. Ma sempre pane, tondo, a palatone,
cafone, a grissino e sfilatino.
Dopo il sogno non si riprendeva e la dovettero portare
quasi a forza a sposarsi, perché lei il matrimonio lo voleva fare
quasi di sera. E quello poi il marito, lo vedeva e non lo vedeva, perché
era fatto come una cosa mezza tonda, mentre lei lo voleva puntuto e spigoloso.
E allora, in mezzo agli occhi, tutto quel pane: tondo, a palatone, cafone,
a grissino, sfilatino. Davanti al prete, vedeva solo quelle forme, le cocchie
lunghe, o quelle dorate, col sesamo sopra, o quelle fatte sardo oppure
le francesine. E poi, dentro al ristorante, ancora pane: colle cozze e
l’insalata di mare, con il trittico di primi, con la spigola: e tutta quella
mollica, che diventava tutta bianca e che si mescolava al vino e alle parole
delle cummarelle. E si ricordava della comunione, quell’altro pane, senza
scorza e senza manco un poco di lievito, che se lo mangiavano tutti, ma
che non era cosa loro. E allora se lo vide ancora: pane tondo, a palatone,
cafone, a grissino, sfilatino. Neanche quando arrivò la torta M.
si riprese: perché dietro alla crema, dentro alla crema, alle fragole
e alla panna, c’era il pane, bagnato come le polpette, dentro al liquore.
Fu allora che si perse proprio e si mise a bere sciampagna. Per scordarsi
il pane, tondo, a palatone, cafone, a grissino, sfilatino.
E’ nel ritmo che lo vennero a fottere. Lui che non
ci era cascato mai. Le femmine a capo del letto, ci diceva il padre: ferme
senza ciatare. E lui così aveva campato, fino a 22 anni, gli anni
del pazzo. Perché lui alla cabala ci credeva e giocava all’enalotto
e si faceva il segno della croce con la mano smerza, quando era il momento
di corniare qualcuno. Ma quella sera lo fottette il ritmo. Perché
lui il dub ce lo aveva tra le palle e si muoveva come in una tammurriata,
incrociando le gambe delle femmine, tirandosele, carriandosele… Ma che
ritmo che c’era dentro a quella sera. E pensare che dentro al cesso
c’era na bella striscia, appriparata tanto tanto per lui. Ma a lui la coca
gli garbava poco: diceva che era cafona. E rimase in mezzo al parket, a
guardare le cosce, i culi e tutto il resto: soprattutto la bianchezza del
giro dei gomiti, perché qualche volta era rimasto stupidiato solo
per questo, per questo particolare.
Si era vestito che pareva una pezzo di fango. La
gelatina gli colava goccia goccia dalla fronte e dalle mani. Era unguento,
unto, olio, scarda di frittura… Scivolava. Ma il ritmo… C’era tutto quanto
quella sera. La gelatina se l’era chiavata in testa per togliere l’odore
della macelleria, perché lui, mestiere, sfasciacarne. Cioè
prendeva la carne, il vitello, la mucca, il maiale, il cavallo e lo faceva
quattro parti, quando era appena morto. Ma lui ci faceva poco caso al calore
di quei corpi che presto presto, in mano a lui, diventavano come
la neve e un poco si sfrollavano e si sfaldavano. Aveva cominciato a tredici
anni: centomila lire alla semana, compreso il sabato. Orario: nove-ventuno.
Con spacco alle ore quattordici, per mangiarsi quel tanto di pane a sfilatino
co’ dentro qualcosa. 22 anni: tutti dentro a quel mestiere. E si era fatto
un fisico tanto, però il mestiere alla fine lo aveva pure smembrato,
lo aveva sfaldato. Perché dare sempre gli stessi colpi nello stesso
posto… E quella forbice e quella mannaia che si alzano e si abbassano,
allo stesso tempo sopra a cape e schiene… E lo stimolatore elettrico che
ammazza le bestie all’istante... E chi ci pensa, chi ci vuole pensare…
Allora discoteca: ‘o dub, a ogni momento. E la striscia e il poco di cobret,
che ti fa gli occhi tanto e ti fa diventare la capa come uno scolapasta,
tutta buchi, da dove escono tutti i pensieri. Mille pensieri.
E allora che ritmo e che robba da sbattere co’ la
capa. Quella sera. E quelle femmine. Che cercava di acchiappare,
di artigliare, co quelle mani rosse rosse senza unghie, perché la
pelle dell’animale le unghie te le sfracella e se le mangia. Mani tanto,
quanto una guantiera. E si dimenò, vicino a una, sempre con la stessa
tecnica: santiando e scivolando. Le si azzeccò sotto e quella gelatina
sembrò che era diventata all’intrasatta, bello e buono, colla: pareva
che dalle sue mani uscivano guano, fango, miele, sabbia e acqua, che formavano
attorno alla ragazza un castello, co’ mille pinnacoli e mille guglie. Sempre
più, attorno attorno: una torre di brillantina, gel e sudore. Un’opera
magistrale, unica nel suo genere. Meglio delle torri dei fumaioli. Co’
dentro la ragazza.
Rimase stupito. Era la sua prima creazione. Dal
niente aveva creato un palazzo di saliva e gel cristallizzato. Tutto coi
suoi umori. Ma sulla bellezza della creazione non furono tutti concordi.
Per carità, non il padrone del locale. Non i gestori. Non i buttafuori.
Ma tre o quattro. Il quarto era il peggiore. Stesso gel e stesso paio di
mani. Co’ alla cintura una specie di gabbiano. Che cominciò a volare
alto alto e a girare. E si posò. In faccia, sugli occhi, sulla schiena,
sulle mani del macellaio. Che teneva tre palle. E la consapevolezza che
co’ quel ritmo, e solo con esso, quella sera aveva fatto per la prima volta
veramente qualcosa. Santiò, quattro o cinque volte. Si alzò:
dentro ai calci, agli stivali appuntiti, al lucido delle lamette. E urlò,
come l’ultima bestia del suo magazzino. E fece un poco lo sguardo del vitello,
della scrofa, dell’agnello da latte sotto Pasqua. Era questa la sua spiegazione.
L’unica che conosceva bene fino in fondo. Perché lui altre parole
non le teneva conservate da nessuna parte. E suo padre gli aveva solo parlato
delle femmine, mica della vita, della sapienza, delle torri di fumo, gel
e cristallo o degli occhi del capretto.
La zuffa fu breve. A quattro contro uno non
c’è storia. Ma ritmo sì. Lo fottette il ritmo. Il dub gli
fracassò prima le ginocchia, poi il giro dei gomiti, dove aveva
rivolto il meglio della sua attenzione. L’ultimo colpo fu per le palle:
perché ce ne aveva tre, e una era fatta solo di musica. E allora:
non ce la fece a saltare. Non ce la fece ad aspettare l’ultimo colpo. Non
ce la fece a iastemmare. E cercò di conservarsi, ancora per qualche
secondo, per qualche attimo, nelle pieghe di quel sangue gelatinoso che
gli scendeva da dentro agli occhi e dalle forme della bocca, che lui era
stato il boia. Sì. Il boia di generazioni. Tutte consapevoli che
dovevano morire. Di ferro, di fuoco, di raggi elettrici. E lui non teneva
più redenzione. Se l’era giocata. Era tutta nell’ultima palla. Nascosta.
Nel ritmo del dub. O in quell’ombra di gelatina, che, mistero della creazione,
a mattino stava ancora attaccata a una ciocca insanguinata dei suoi capelli.
(amedeo feniello)