un'anima dai denti storti
 

 
    Napoli

    Cosa pensava G. del potere l’ho imparato una sera. Sul treno Napoli-Roma.
    - Sai come funziona no? Diventi onorevole. Ci sono quelli più avanti di te. Diventi sottosegretario: vuoi diventare ministro. Ma c’è il presidente del consiglio. Presidente del consiglio? Allora, presidente della repubblica. Diventassi pure presidente degli Stati Uniti, vorresti essere qualcos’altro ... Papa, Imam. Dalai Lama. E correresti per diventarlo: all’infinito.
    Eh già, penso. Come la Regina Rossa che ordina ad Alice di correre il più veloce possibile per restare sempre allo stesso punto. Cosa fare allora. Fermarsi?
    - Fermarsi no. Dobbiamo stare immobili.
 
 

    Donne

    Era raro sentirla parlare, C.. Sempre muta, omertosa, concreta, di quella concretezza da paese, limitata. Naso grande, petto appuntito: era per tutti gelsomina. Un fiore. Un fiore che, a tredici anni,  taglieggiava compagne e amiche. Per un niente. Per una sigaretta.
    Non c’era buonumore nei suoi occhi. Solo applicazione alla vita. Senza ingenuità. Perfetta, nella perfezione di Secondigliano, della 167: non pestava i piedi a nessuno. Si limitava a emanare rispetto. Voleva uccidere in lei la normalità, il senso del comico, il ragionamento, come un veccho camorrista.
    Forse oggi c’è riuscita. Non allora. C’erano spiragli - di un’altra esistenza: comici, grotteschi. Ridicoli, geniali. Tracce: quando scambiò mosaici avvizziti nelle catacombe napoletane, diventati blu per l’incuria e per la muffa, per l’esercito dei puffi. Oppure, quando mi chiese come facevano i conigli a mangiare durante la crisi di Weimar, quando una carota costava venticinque milioni di marchi.
    Erano indizi. Rimasti monchi e appassiti.
 
 

    Napoli

    Piazza Mazzini. Parcheggio abusivo. Parcheggiatore abusivo. La mia macchina bloccata da un’altra macchina.
    -  Potete spostare quella macchina che blocca la mia?
    - Signurì,. voi vi siete presa il posto di don... Mò lo dovete aspettare. A quando torna. Non capite? Questa non è una piazza pubblica. E’ una piazza privata.
 

 
    Napoli

    Da noi è forte il senso dell’appartenenza. A Santa Lucia come a Casoria, io non sono in quanto penso. Io sono perché appartengo:  ad un gruppo, ad una famiglia, ad un clan. Il gruppo mi dà identità, vita, forza. E anche serenità, perchè libera dall’anonimato. O dalla diversità.
    Mi ricordo una sera a via Tribunali. Fui abbordato da un tipo
    - Tu a chi appartieni?
    Era necessario per lui saperlo. Lo doveva sapere. Sapere se ero dei suoi. Oppure ostile, nemico. Pericoloso: se non appartenevo a lui non condividevo modi di essere, usanze, regole, comandi, ordini, stili di vita, cultura, abitudini, gesti, consuetudini, storia, festività, morale, religione, filosofia. Perfino abitudini alimentari. E’ “la legge di chi sei tu e di chi sono io”, come scrisse Lope, nel Seicento: una legge valida a Napoli da mille anni.
 
 

    Intermezzo

    C’è un senso amarotragico nella vita:
    - Ma non vi siete presentato al processo?
    - No, prufessò, ho avuto qualche problema in famiglia.
    - E che problema?
    - E’ morto mio padre.
 
 

    Napoli

    Le Fontanelle sono un paradosso. Unghia di terra scavata nel tufo, ultimo pezzo di campagna, cova tutto il suo rancore nel cuore di Napoli, di cui è nello stesso tempo vittima e carnefice. E’ un’appendice, una periferia, un paese montagnoso a caso precipitato in città. E’ la terra degli zulù, territorio impenetrabile, jungla malfamata. Di gente ostile, disabituata agli altri. Rancorosa. E’ la terra del cimitero, che non è solo un solco nella roccia, un monumento al dolore e al culto, scavato dopo il 1656. Tutto, alle Fontanelle, puzza di cimitero, di moribondo, di madido di sudore. Di putrefazione. Pensate ai loro soprannomi, a quelli dei bambini: topolino, scheletrino, scuorzo, ciuccio, ciucciariello rimandano ad un mondo macilento, gramo, sporco, fatto di assenze, di morte e di marciume. Le Fontanelle sono l’assenza, un’assenza indomabile. Prodotta dagli anni, dagli americani, dai contrabbandieri, da Pomicino. Un’assenza di vita, di volontà, di morale, di scuole, di stimoli. Ma non può essere diversamente nella terra delle sanguisughe, che si sono attaccate alla città come ad un animale moribondo, succhiandone l’anima. Alle Fontanelle ne sono consapevoli. Per loro è il destino. Come dei dannati. E questa consapevolezza, il dolore di non poter mai essere qualcos’altro, il dolore della diversità, di essere iena e non cane da pastore crea violenza, sopruso, ingenerosità, cattiveria. Sono genti fangose, chiuse in uno Stige senza rimedio, “ignude tutte, con sembiante offeso”.
 
 

    Intermezzo

    - Per il viaggio di nozze dove siete stati?
    - A Venezia, prufessò
    - Vi è piaciuta?
    - Boh. Non tenevamo la macchina per visitarla.
 
 

    Donne

    L’altro giorno. A scuola. Una mia alunna mi racconta la sua vita. Ha 38 anni. A 13 si è fidanzata. A 15 si è sposata. A 16 ha avuto il primo bambino. Perso. Poi un secondo. Un terzo. Un quarto. Sei anni fa il suo uomo è morto. In un incidente stradale. Mi ha detto “prufessò, era bello. Lui mi diceva sempre tu cresci assieme a me”.
 
 

    Napoli

    - Dottò, qua ci stanno le zoccole
    - Va bè, chiamiamo la derattizzazione
    - Che avete capito:  le zoccole umane.
 
 

    Donne

    Vall’ a capì ‘a gente‘o lotto 16. C’hanno l’acqua tutti i giorni. A tutte le ore. Si possono lavà, fare la cucina. I piatti. ’E panni. Bere. Dare l’acqua ai bambini. Farsi due spaghetti. Sempre. A noi l’acqua ci manca. A ogni ora. C’arriva la notte. E quando arriva, parimm ‘e furmicule. Abbiamm verso mezzanotte. Ciro piglia l’acqua. La comincia a mettere dentro la vasca. Io metto le bottiglie dentro al frigo. L’acqua rint ‘e taniche. Rint ‘o stipetto. Faccio partì ‘a lavatrice. Poi, verso l’una, lavo i bambini. Li piglio a uno a uno. E ‘e vott int’ a vasca. Giocamm ca doccetta. Guardamm ‘e gocce d’acqua. Ncopp ‘o muro. Ncopp ‘e mattonelle. ‘Nterra. ‘E criature credono che è comm ‘o mare. E si mozzicano le dita, per sentire il sapore.
    Se non si fanno le due, due e meza, non ce ne andiamo a dormire. Noi campiamo la notte. Comm ‘a Dracula. Per l’acqua. ‘Ropp ‘a battaglia ‘e l’acqua, ‘a matina è tosta. Ciro non si sceta. ‘A maestra si incazza ch’e criature, perché tengono sonno. E io mi sento comm ‘a na drogata: a drogata ‘e ll’acqua.
 
 

    Intermezzo

    Il Taleban
    - A urto: vulite veré comm’ s’elimina a camorra dall’Italia?
Droga libbera, femmine tutte a casa. E tre milion ‘o mese all’uommene!
 
 

    Intermezzo

    A San Pietro a Patierno, per dire che uno è scemo: è nato ‘e sei mesi.
    Oppure. Variante:  ‘a piccirill’, ha fatto un incidente di carrozzino.
 
 

    Donne

    Ma voi c’avete mai pensato a chi ci ha creato. Aggio visto nu film al cinema. Sta sempre quel vecchio, con la barba. Che vola. Io non lo riesco a capire. Io lo so che c’è qualche altra cosa.. Qual’è stata la prima cosa che Dio ha vuluto? ‘A Luce. Quando stiamo al cinema: prima ci sta il buio. Poi, quando finisce: la luce. Invece con Dio si dovette fàre tutto al contrario. Perché? Mo l’ho capito il perché. Perché Dio teneva paura del buio. Dovette fare la luce. Le stelle. I pianeti.  E sai perché? Perché Dio è na creatura. Un bambino. Lui  tiene paura della solitudine. Se nò restava lui solo. Invece fa le bestie. Gli animali. L’acqua, per fare i tuffi. Per tenere una cumpagnia. Poi mi pare che è come se tenesse sempre la voglia di scherza’. Di sfottere. Come uno che non sa quello che fa. Fa certa robba strana. Animali strani. Certi, una chiavica. Le mosche. Le  zanzare. Le zoccole. E fa un sacco di cose sbagliate. Con un sacco  di imbrogli dentro. A capa di ombrello. Perché è  guaglione e non sa quello che fa. Poi fa l’uomo e la femmina. Però li vuole  tutti per lui. Tutte le cose. Uomini e animali. E’ geloso. Vuole tenere questo amore solo per lui. Non lo vuole dividere con nessuno. Lui è basta. Mi pare com’era mia madre. Che diceva che io non me ne dovevo andare mai di casa. Tutta per sé. E’ comme ‘a na criatura.
 
 

    Napoli

    Autobus. Vecchio senza biglietto. Salgono i controllori.
    - .... Il biglietto: perché non lo avete fatto?
    - Perché non ve lo meritate.
 

 
    Donne

    Filomena è maga. Ma senza macumba, o vizi di periferia. E’ maga a reddito fisso. Del Comune. Alla Sanità, via Santa Teresa al Museo. La potete trovare tutti i giorni. Dalle otto del mattino. Fino alle diciassette. Non si sa come è arrivata lì. Forse per un paradosso o per un momento felice della Creazione. Lavora all’uffico anagrafe. Regala le identità. Con poche parole. Rituali. Dette in silenzio, sotto la sua ombra.
    Io l’ho conosciuta, quando avevo bisogno della mia identità. Arrivarono dei passi. Affrettati. Come di chi non avesse voglia di parlare. E entrò così: bassa, grassa, con l’ombra di un ragù mal riuscito negli occhi..
Filomena aveva un collega. Un complice. E fu lui a parlare per primo. Con la solennità.delle luminarie
    - Filumé. ‘O giovane è prufessore? rispose.
    - Si, o giovane è prufessore.
    E se ne andò via. Lasciandomi di nuovo a me stesso.
 
 

    Intermezzo

    Prufessò, io faccio il trekking autogeno.
 
 

    Napoli

    Questo fantasma fa così: si presenta di giorno, coi suoi passi un poco gocciolati. E’ il fantasma di P., libraio e mago delle tipografie. E’ il fantasma di un uomo anastatico, divenuto fantasma per necessità. Il suo scomparire dalla vista degli altri uomini  cominciò una sera, tra Capodichino e Secondigliano. Il figlio tornò: ma non come sempre, ma cullato da una pozza di sangue. Avevano usato le spranghe e i pugni di ferro. Nel vedere le sue mani - dalle unghie curate - spezzate e ricurve, P. cominciò a svanire e il suo corpo desiderò di entrare in un libro e di restarci. Dopo pochi giorni, seppe che  era stato un avvertimento. P. doveva pagare. Gli chiesero cinquanta milioni. Le mani P. ora erano cristallo. Ci si guardava dentro. Vedevi il riflesso. Non rifiutò. Anzi: chiese garanzie di tranquillità. Che gli fu assicurata da un camorrista: con poche parole, che lo resero simile alla trama di una goccia del mare.
    - Ma comm, ve permettite. I’ song nu galantomm. E tengo ’na parola sola.
    Così fu trascinato in una vita che non voleva. In un’esistenza che non meritava. Alla fine si svegliò al mattino: e di sé stesso trovò solo le pause delle parole. Pause da persona onesta. E poi solo i suoi occhiali, assieme a una fornitura eterna di libri, mai comprati e mai venduti.
 
 

    Intermezzo

    Un giorno un mio zio mi raccontò la  sua vera vita. Quando scoprì, a sei anni, che oltre il bivio del suo paese., ne esisteva un altro. Un altro limite. Ripido come una cancellata.Un illimitato senso di spossatezza gli impose di comprendere: l’infinità del tempo, le larghezze della strada, il numero incomparabile delle stelle. L’unica cosa che fece fu togliersi le scarpe. Sedersi. E contemplare quel bivio, specie di specchio, tra la polvere dei camion.
 
 

    Donne

    A. teneva ‘o ss-rpente. Ne parlava con l’angoscia fra i lembi delle labbra. Il serpente: un tumore, lungo e viscido. Che gli entrava, profondo profondo, come nessuno c’era mai riuscito, col suo corpo di transessuale di paese, scuro e ossuto. Aderiva all’intestino. Si mangiava i suoi succhi. Si stendeva nel suo stomaco. A. cacciava fuori una merdaglia filamentosa, piena di grinze. E diceva ‘o serpente è ssape fa ‘e figli. Oppure dottò, chill’ mò fa primm l’ove. Cheste so ll’ove. ‘O ss-rpente suggeriva canzoni, parole e bestemmie. Sogni. A. lo mostrò a tutti: sul letto del Cardarelli. Lungo i vialoni, scuri, pieni di alberi. Dentro ai cessi, tra gli ultimi spiragli d’amore. E allora muoveva le braccia. Con gli occhi gialli, sciolti. Come le spire.
    Il serpente aveva figli. E rispuntò dalle viscere, spezzandogli le vene. E poi: gli navigò nella testa. A. cominciò a parlare pazzo. Voleva che gli toccassimo la testa. Diceva che era partoriente. Padre e madre di un nuovo cervello. E che il suo serpente aveva vie profonde. Che gli sfioravano la scorza dura delle ossa. Che spuntavano, alla base dei capelli e che lo tagliavano a pezzi. Perché dovevano lasciare posto a Dio. Alla creazione. Mentre il suo viso si deformava. Ad ogni ora acino d’uva senza succo.
    Poi un giorno il serpente si incazzò. E da dentro - forte - gli premette sugli occhi, che si scucirono: videro doppio e persero i colori. Visse, per poco ancora, in un televisore anni Sessanta. Senza giallo, blu, verde. E lo scuro dentro alle unghie, per la prima volta, fu una sola macchia di nero. Piangeva. E si chiedeva mò, senza culure, di che sò fatto? E quando arrivò la fine, nelle squame dell’agonia, gli morirono per primi proprio gli occhi. E mi ricordai che, per quest’anima di serpente, ‘o triste d’a morte, è nun vedé ‘ccchiù ‘e fari ‘e l’automobili.
 
 

    Intermezzo

    ‘O presidente d ‘a repubblica? E’ comme a nu padrino.
 

    Intermezzo

    Prufessò, noi siamo in una dittatura democratica.
 
 

    Napoli

    Lo zecchinetto è un gioco semplice, senza onore né intelligenza. E’ un gioco di intervalli: dentro vinci, fuori perdi, con oscillazioni e azzardi terribili. Con questo gioco scivoloso e affilato a Napoli molti ci vivono. Le bische sono tante e le organizza la Camorra, che ne ha il controllo totale. Si tratta di bische volanti, che si muovono con rapidità su tutto il territorio, nel retrobottega di un circolo, in una cantina, in un bar, all’interno di associazioni legate alle varie madonne o ai tanti partiti, ma anche in case normali gentilmente offerte, per trarne benefici o per obblighi contratti. Nascono e muoiono nel giro di un mese e poi si spostano. Girando girando una delle bische ogni tanto si ferma pure a Casavatore. Si presenta così, per qualcuno, l’occasione per guadagnare qualcosa fuori mano, e di arrotondare quel poco che si guadagna vendendo sigarette o spighe o scarpe rotte ai mercati. Nel caso da me conosciuto, la bisca fu portata a casa di una signora sulla sessantina, madre di uno dei giovani che lavorava col boss del paese. Una casa insospettata. E qui, per più di un mese, ogni sera, una tribù di genere diverso se ne veniva a perdere qualche svariata decina di milioni. C’era gente di tutti i tipi: puttanieri ma anche persone della Napoli bene, femmine, imprenditori, professionisti, qualcuno della moda e un casino di camorristi. Il boss di Casavatore faceva gli onori di casa, con un inaspettato senso dell’ospitalità. I guaglioni facevano da copertura, controllando palazzo, strada e rione. Qualche altro il vivandiere, preparando merende, bibite e caffè, questi ultimi versati in quantità industriali, perché il gioco durava anche ventiquattrore filate. E talvolta, quando c’era un colpo di mazzo, un caffé veniva pagato anche cinquantamilalire. Per qualche mese, dunque, l’economia di Casavatore subì una brusca impennata: aumentarono le entrate di alcuni paesani, si esaurirono in breve tempo le scorte di zucchero e caffè e qualcuno dei vivandieri ebbe la possibilità di portare i figli dal medico o la fidanzata, prima della solita chiavata sopra a Posillipo, a prendersi una pizza o una impepata di cozze dietro alla Ferrovia. Insomma il benessere, e il sogno di una ricchezza accumulata nel giro di una sera. Ma in questa Montecarlo dei poveri, come sempre, successe qualcosa. Qualche rivale, che voleva avere per sé il bisinis, o qualcuno che aveva perso troppo si mise a fare stronzate e avvertì la polizia. Ci fu un irruzione. Il solito casino. Chi scappa. Chi cerca di fottersi i soldi sopra al tavolo. Chi si ferma e protegge i vari boss. Chi allucca e strepita. L’unico che rimase calmo fu il capocamorrista di Casavatore che non scappò ma restò fermo e si fece prendere per primo, perché, mi spiegano, l’ha fatto per l’onore.
    Il bisinis a Casavatore morì così. In una mezza nottata. Intanto lo zecchinetto ha ripreso la sua normale camminata per i quartieri napoletani, con la stessa musica di macchine, femmine, soldi e camorristi. A Casavatore tornerà, forse, l’anno prossimo o fra due. Della sere della piccola Las Vegas resta un unico ricordo: e sono i giorni di prigione che se fatta la signora sessantina per gioco d’azzardo: lei che, delle carte, non capisce neanche la differenza che c’è tra l’asso bastoni e la femmina di coppe.

    (Un giorno. ‘O Cardillo, uomo di donne dai seni grandi come le pere spadone, animato dal gioco, durante uno zecchinetto spietato a coltellate di trecentomilalire a botta, ha risposto così, rotolando la radice del naso sulla lingua, a chi, per pagare un debito di quindici milioni gli voleva dare un assegno.
    - L’assegno lo fa fare la maestra ai bambini. A scuola.
 E poi gli ha spaccato la testa con una sedia.)
 
 

    Intermezzo

    Il miracolo
    Dal giornale di Padre Pio: “...Padre Pio le apparve in sonno e le disse vai dal medico. Lei ci andò e fu guarita”.
 
 

    Napoli

    Gli abusivi napoletani vi rendono il viaggio gradevole. Perché, qundo vi spingono a salire sul loro pulmino, non vi offrono la Stazione, meta di qualunque viaggiatore. Ma la ferrovia, che - invece - rende remoto il tempo del vostro viaggio, così: ai margini della frontiera. Cape ‘e vacca è un abusivo: è padrone di un pulmanino sciancato ed è stanco, pure se c’ha solo trent’anni. Dice:
    - Sapete che faccio se vinco all’enalotto? Carico il pulmanino sano sano. Co’ tutta la gente. Poi: arrivo in mezzo al bordello del Museo? Piglio il pulmanino e lo lascio là. Co’ tutta le gente dentro. Sa’ spicciassero loro.
 
 

    Intermezzo

    - Avete capito, Luigi? “Nulla si crea e nulla si distrugge”
    - Come no, prufessò. E’ comme un riciclaggio.
 
 

    Napoli

    A Poggioreale ogni padiglione c’ha un nome di città: Palermo, Milano, Genova... Poi c’è il padiglione Parigi, che, a parte le sbarre e le celle, non tiene niente del carcere. Perchè pare un suk, una casbah, un negozio di parrucchiere incasinato, una vetrina. Perchè qui ci possono entrare solo trans. Un maschio non ci può mettere piedi dentro a questo harem al contrario, pieno di favorite, di regine, di miss da marciapiede, che stanno dentro chi per droga, chi per sesso, chi per amore e chi per fame. Anzi: un maschio tiene paura dentro a questo universo di donne a cento per cento, che campano una a fila a un’altra e sono di tutte le nazioni e di tutte le solidarietà. Si parlano cento lingue e si fanno un casino di sogni, pieni di qualche speranza e di qualche vendetta. Soprattutto si còntano i matrimoni: quello di Diana, quello di John-john e poi impazziscono per i figli delle principesse di Monaco, al punto che qualcuna di loro c’ha cercato pure di mandarle un regalo firmato le principesse del padiglione Parigi. Ma le altre hanno pensato che era una strunzata, perchè dentro al padiglione Parigi non è sempre Pasqua e ci sta sempre la guerra: perchè a queste femmine là dentro nessuno le lascia stare e gli fa fare le femmine come vogliono. Perchè esiste il regolamento, che dice che quello è un carcere di maschi e non possono entrare dentro a nessun padiglione farde, rossetti, ombretti, calze, gonne e reggiseni. Perchè è vietato e ci sono un sacco di guai per quelle che si fanno pescare con quella robba lì dentro alle celle. E allora queste femmine si inventano donne ogni giorno. Si fanno portare le bic rosse, le scassano e  con l’inchiostro mischiato all’acqua si fanno il rossetto e il farde. Con quelle nere  l’ombra per vicino agli occhi. Poi si fanno portare calzerotti lunghi che li usano a forma di calzamaglia. E i maglioni se li fanno fare tre o quattro misure più grandi e così si apparano a forma di gonne. E quando il secondino se ne accorge che è stato preso per culo,  qualche volta sò mazzate e qualche volta chiude gli occhi, perché in fondo in fondo lo capisce che quelle femmine sono. Insomma, ogni giorno è una battaglia, tra mazzate, canti, indifferenza, maniate, fischi, trucco e sfottò. E pianti: quei pianti lunghi e  regolari, da tragedia, perchè solo così queste femmine possono sfogare la raggia e la pietà che si accumula dentro alle celle del padiglione Parigi.
 
 

    Napoli

    L’immaginario collettivo del napoletano: “a Torino - la sera - si ritirano pure i marciapiedi”.
 
 

    Intermezzo

    SILVESTRI: Prufessò, ma perchè ‘e negri’ so negri’?
    PROFESSORE: Perchè è un problema di adattamento all’ambiente.
    SILVESTRI: E i cazzi tanto, prufessò? E’ sempre perchè s’adattano all’ambiente?
 
 

    Donne

    La lasciai. Con la certezza inossidabile dell'eiaculatore precoce: “fu breve. Ma intenso”.
 
 

    Intermezzo

    Profondità
    Santino dice che una noce lei sola dentro al sacco non fa rumore.
 

    (amedeo feniello)

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