un'anima dai denti storti
 

    Napoli

    Napoli, non potendo generare figli sani, ha creato luoghi comuni.

    (Napoli. Giorni del G 7. Una Troupe della CNN alla Sanità. Circondata dalla folla. Giornalista in cerca di scoop.
    - Non si potrebbe vedere uno scippo?
    - Signurì, se volete ve lo organizziamo.)
 

    Donne

    Si può sognare l’Arizona pure a mezzo miglio da Napoli, dalle parti di Casavatore. Non perché si voglia fare a tutti i costi gli americani. Ma perché intorno a Capodichino, ogni tanto qualche americano se la fa una passeggiata: hanno cominciato nel ‘44 e oggi continuano a passeggiare. Così ogni tanto qualcuna ci casca: si impara quattro parole, si veste a fiori, si sposa al ritmo di stelle e strisce e diventa come una di Saigon, o delle Comore, o delle parti delle Filippine. Una donna di base militare, insomma. E poi arriva pure il momento che te ne vai in America, perché c’è poco poco di distanza tra Casavatore e l’Arizona. Me lo ha spiegato la signora M. Anzi, mi dice, che paese  è quà e paese è là. Là ci sono trenta case e pure qui, mostrandomi con un gesto della mano quello che c’è intorno, trenta case. Però una differenza c’è: è: che in Arizona non ci sono le curve e lei non ne ha mai vista nessuna. Ed io le credo.
    Come nella migliore tradizione, il soldato tornato nel suo paese con la sua nuova donna subito si trova un mestiere: sceriffo. L’immaginario diventa realtà. La donna di Casavatore diventa la donna dello sceriffo, dell’uomo-colt-alto-biondo  a metà tra Tom Mix e John Wayne, che ha tra le pieghe della pelle quel sapore di birra sudata e di terreno che nessuno degli uomini che M. aveva conosciuto teneva. Insomma si finisce per andare a vivere una leggenda. Dopo secoli di bucatini alla puttanesca e carne alla pizzaiola, M. vede prima i grattacieli, poi il deserto e i canyon, poi la casa sua nuova, tra le trenta case. Si inventa una vita straordinaria, fatta di bistecche alte due dita, di jack potato e di birre americane. E’ un incontro che la scassa, questo col cibo, perché questi sapori non riesce a capirli tanto bene, come se un palazzinaro di Torre del Greco dovesse prendere lezioni da Le Corbusier. Finisce per intasare il gabinetto, un giorno sì e uno no. E, quando ci va, sogna pane e mortadella e taralli sugna e pepe.
    Comunque, lei è soddisfatta, perché in Arizona la vita non scorre come a Napoli. C’hanno dei ritmi tutti a forma di chrisler e c’è poi qualcuno che si aspetta ancora che passi la diligenza, le frecce e gli indiani. E poi il bus non fa una fermata ogni quarto d’ora, ma trapassa da parte a parte tutto il paese, perché qui c’è, lei lo ha imparato, la Highway. E’ un west magico, metà Vento di terre lontane e metà Nu jeans e na maglietta: da trip, da orgasmo. Niente niente la sera puoi andare al cinema con tutta la macchina e dal drugstore, che vende tutto, M. ha trovato pure la Nutella. Poi a lei le piace che qui ci stanno un sacco di pistole, in quantità, come dentro Secondigliano: un fatto che, forse, la fa sentire un poco meno a disagio e tanto più vicina a casa.
    E di una pistola si arma M., una mattina verso le cinque. La prende, con quel suo braccio esile esile, di chi sa che è malata di cuore ma ha paura di dirlo. La prende, perché sente un rumore e ha paura, perché c’ha due bambini piccoli. E lo sceriffo è fuori a fare il bounty killer o a caccia di indiani: così lei pensa. Ma il  rumore diventa sempre più distinto. E’ un cigolio disteso. Come se qualcuno aprisse e chiudesse il vano-forno - quelli belli americani - senza sbatterlo. Ed è intenso. E’ l’ultimo rumore americano che M. ricorderà. Subito dopo vede che cos’è quel rumore: è lo sceriffo che chiava, nell’androne di casa, con una femmina del villaggio. Tutti e due ubriachi. Il sogno dello sceriffo alla Tom Mix se ne va a puttane e M. non ci pensa due volte. Alza la pistola e spara.
    Il seguito è rapidissimo, e non si incartoccia su se stesso. L’uomo si era appena alzato dal corpo dell’amante che sente un primo colpo che va dritto e non lo centra, poi un secondo che lo colpisce al fianco, di striscio. M. non s’arrende, lascia la pistola, e prende una delle bottiglie di whisky che era per terra e la spacca sulla faccia della donna. Quel rumore non se lo ricorda più, oggi. E’ rimasta sempre al cigolio. Quello che invece la colpisce è l’effetto dei colori: il bianco e il rosso; e l’odore del sangue che si mescola al liquore: un misto tra bar e sala operatoria.
    Epilogo: arriva la macchina del vicesceriffo. Lo sceriffo ora è tranquillo. Ha riacquistato il suo stile: c’ha gli stivali e parla senza fermarsi: pulivo la pistola, è partito un colpo ... la signora è un’amica che è caduta ... mia moglie mi sta dando una mano ... Ok: tutto si stempera, mentre sorge un sole alla Wim Wenders: Napoli-Texas.  Ma non è finita: perché lo sceriffo chiama M. e le dice che non la denunzierà. Poi le ordina, in sequenza: di farsi le valigie, di prendersi i bambini e di tornarsene in quell’altro far-west incasinato di macchine e di tubi di scappamento che è la periferia nord di Napoli. E la dichiara, a suo dire, morta.
    M. attualmente sta a Casavatore coi due bambini e in una casa di 25 metri quadrati. Non ha sussidio. Nessuno l’aiuta. E’ malata di cuore e da un momento all’altro le assistenti sociali le hanno promesso di portarsi via i bambini, perché lei non li può mantenere. La California e l’Arizona si sono impantanate qui, in mezzo al suo lavoro, un lavoro di merda, pagato 15 lire al pezzo, e  fatto di  plastica da modellare che ti rompe le giunture delle mani e ti stinge le dita. Dell’american dream le restano: qualche giocattolo che i bambini si sono portati; una maglietta e un cappellino con sopra scritto U.S. Navy; le cartoline dei nonni americani ché, loro, non si sono scordati dei bambini; e le carie vicino ai denti: frutto delle bacchette di zucchero, perché mi dice sulla Highway me ne mangiavo centomila, aspettando che passasse una macchina con la targa del mio paese.
 
 

    Napoli

    Tre diverse intensità di giuramento, per i bambini di giù la Ferrovia..
    Il primo: pozza murì mammà. Cosa si può fare se viene a mancare l’essenza stessa della creazione? Se muore chi garantisce la vita? Chi ci dà a mangiare? Una volta zucata la carne, non ci si può attaccare all’osso, e, così, la mamma non può mancare: e se manca, dove va la creazione? La continuità?. Pertanto, questa formula è assoluta, è vincolante: la usi nei momenti drammatici, estremo limite del convincimento, quando sei con le spalle al muro e non ci sono alternative. Il  sacrificio della mamma è decisivo, impone una linea di condotta, dalla quale non si può derogare, oltre la quale c’è l’abisso, la paura, il niente assoluto. Si ricorre a questo giuramento solo - e ripeto, solo - quando si sa di avere perfettamente ragione, e si può rischiare il tutto per tutto.
    Il secondo: pozza murì papà.Tutto diventa più sfumato. Nella gerachia siamo un gradino più in basso. Che funzione ha il padre? Scarsamente vitale. E’ troppo limitato. Che ci fa in questo mondo di mamme schiavone? Sta in questo abisso, e non riesce a capire tutto quello che cambia, che arriva a ritmo di putipù: trup-trup, il mestruo ... trup-trup, una zizza in bocca ... trup-trup, trup-trup ...: e lo vedi passare la giornata tutto stonato, tra le carte dell’assomazzo, con la stecca di bigliardo fra le mani,  o, se tutto va bene, davanti a Ken il guerriero. Dunque che ci fa un padre in questo mondo di madonne che piangono perchè c’hanno il sangue nella risata? Niente. E allora, è inferiore: Così la formula si usa quando stai nell’ambiguità, quando avverti che si smarrisce il senso della ragione, e che oscilli, riconoscendo che sei contorto. Quando, forse, qualcosa ti dice, che - poco poco - tieni un tantillo di torto.
    Il terzo: pozza murì fratemo ‘o piccirillo Che valore ha per un bambino la vita del fratello più piccolo, stu cacacazzo enorme che mi smerdea per la via? E’ manco che zero, una cacca, qualcosa da seminare per strada, quando si va a giocare. Qualcosa che ti disturba, che ti intossica la giornata, che ti fa alterare la nervatura, quando se ne esce con quelle parolelle del cazzo, sempre belle pesate, che ti intossicano il bianco degli occhi. Allora: è zavorra che va sacrificata. Perciò, questa formula si usa, con piacere, quando sai che hai perso, non hai nessuna ragione e non c’è più niente da fare. Quando non ti resta nessuna possibilità, se non quella di sputtanarti o di barare. Così, la butti fuori, con un piacere assennato, nella speranza che qualcosa -  più o meno in alto nel cielo  -. si pigli a questo sfaccimmo di fratello.
 
 

    Donne

    A un quarto alle undici del 14 giugno 1998 moriva Naccona di Miano. Non che fosse proprio di Miano: era infatti dei Quartieri spagnoli, dove era nata intorno agli anni Trenta e dove era tutta la sua vita: qui si era trovato un marito, che era quasi suo cugino, e qui tenevano una casa strana, che erano due bassi, che stavano uno da un lato e uno dall’altro della strada: da una parte mangiavano poi, arrivata la notte, attraversavano e se ne andavano dall’altra parte, a dormire. Il marito di Naccona faceva il contrabbando, e - qualche volta - vendeva pure qualche bustina di droga, quando c’erano le vacanze o qualcuno dei bambini stava poco bene e si dovevano comprare le medicine. Ma soprattutto quest’uomo era un indipendente. Lo aveva spiegato a Naccona: meglio capa d’alice che coda di cefalo. Così, in mezzo ai grandi importatori di sigarette che facevano capo alle grandi paranze di Santa Lucia e dei Quartieri, lui si era formato una paranzella, fatta di pochi uomini, nella maggioranza cognati, cugini e parenti. E con questa paranzella che vendeva poche casse di sigarette l’anno, la famiglia tirò avanti, negli anni Sessanta e Settanta. Naccona era fuori dagli affari, tutta presa a crescersi quei tre figli, due maschi e una femmina, che dei vichi dei Quartieri avevano fatto la loro giungla, e che appena grandi si ingegnarono pure loro a vendere sigarette e merde varie. Fino al 1980.
    In quell’anno, la morte e il terremoto scassano la vita a Naccona. Le muore il marito. E deve lasciare i bassi dei Quartieri perché se ne cadevano e l’ingegnere diceva che dove non c’erano riuscite le bombe degli americani ci aveva pensato finalmente il pateterno. Naccona viene deportata, con figli, cugini e tutta la paranzella a Miano, nella 167. Niente da dire: ‘ste case nuove tenevano tutto: il cesso, le stanze, le porte. E non c’era una strada in mezzo da attraversare a ogni minuto. Però, che silenzio. La stranezza di tutto quel grigio. E, poi, il vuoto con la gente, nessuno con cui scambiare mezza parola, nessuna Madonna da comandare e manco un’edicola votiva con un lumino. I guaglioni fuori dalla giungla dei Quartieri, so’ spersi, mentre la paranzella  sembra morta, lontano dal porto e dai motoscafi blu di Santa Lucia.
    E’ a quel punto che Naccona intuisce che Miano non è la morte, ma una nuova frontiera. E parte col bisinis. Capisce infatti che in tutto quell’anonimato, in quel niente, la paranzella è l’unica risorsa organizzata. Si inventa capo e stabilisce che è meglio cambiare: basta col mare, bisogna diventare una struttura di terra. Le sigarette non si vanno a prendere più a Mergellina o a Santa Lucia, sotto lo schiaffo dei boss della zona. Ma si piglia un’altra rotta: la Puglia, Brindisi, S. Maria di Leuca. La c’è gente nuova che si vuole fare nuovi soldi: slavi, albanesi, rumeni, che non  tengono controllo e paura di niente. Così i figli, i cugini i cognati partono, con tre quattro macchine: una fa da battistrada, una porta le sigarette, le altre di scorta. La paranzella  nel breve giro di un anno si fa un sacco di soldi, aumenta il proprio organico e tratta da pari a pari coi camorristi locali. Finisce così che prendono il monopolio dello smercio di sigarette in tutta la zona nord di Napoli, tra Miano e Secondigliano. Ma il bisinis non finisce qui: Naccona ha altre intuizioni, come quella delle bandiere. La prima uscita è ai mondiali dell’82. I giovani della paranza non vendono più solo sigarette, ma anche bandiere tricolori, fatte fare nelle fabbrichette locali, comprate a dieci e vendute a mille. Poi comincia la stagione del Napoli di Maradona: l’impresa si organizza meglio. Naccona prende operaie in proprio, dai 10 ai 90 anni. Si stampano facce di Maradona e ciuccio fa tu su sciarpe, magliette e bandiere. Il guadagno, anche in questo caso, è enorme. Tutto al nero e esentasse. Unico scivolone: lo scudetto perso dal Napoli a Napoli contro il Milan: la partita finì 3 a 2 per i rossoneri e la delusione e lo sconforto fu tale che i napoletani non si accattarono bandiere biancoazzure fino alla primavera successiva: e le perdite assommarono a qualche centinaio di milioni.
    Ma se fosse solo questo, chi si ricorderebbe più di Naccona di Miano. Invece Naccona è stata, per Miano, una vera mamma schiavona. Nel vuoto di quella 167, lei creava famiglie, organizzava matrimoni, si intrigava nei fatti, preparava riti e formava consuetudini. E allora tutti diventavano compari, le cummarelle si contavano a centinaia e si portavano pure qui a Miano le feste comandate, la Madonna dell’Arco e i pellegrinaggi a Montevergine: Si andava da Naccona per consigli, per dirimere questioni tra famiglie, per risolvere contenziosi. Naccona soprattutto risolveva il problema della tossicodipendenza e dello spaccio. Con terapie d’urto. Gli spacciatori venivano cacciati a botta di spranga di ferro e cape rotte. I tossici li sparavano nelle gambe perché così da un lato si impaurivano e dall’altro, con le cosce spezzate, non si potevano muovere di casa e potevano smaltire meglio l’effetto della rota. Ma Naccona soprattutto faceva la consulente matrimoniale: veniva gente di peso dagli altri quartieri e dalle varie zone della città, perché un suo parere era giusto, di quella giustezza da trivio, rapida e pratica.. Memorabile quando salvò la città, per un breve periodo, all’inizio degli anni Novanta, da una piccola guerra tra due gruppi, uno dell’Arenella e uno delle Fontanelle. C’era di mezzo un uomo sposato con la sorella del capo delle Fontanelle che se ne era scappato con la figlia di un boss dell’Arenella. La gente delle Fontanelle voleva vendetta, per la donna disonorata. Tutti si aspettavano la guerra, che non ci fu. Perché le parti andarono da Naccona, che stabilì tutto facilmente: l’uomo di merda a casa, al boss dell’Arenella qualche entratura in nuovi affari.
    Quando è morta Naccona (nel suo letto, di una brutta forma di polmonite) mezza Miano si fermò, com’è d’uso. I negozi chiusero per renderle omaggio. I vigili si misero a fare spazio e si fece una cosa pomposa, con le meglio macchine di Bellomunno, ma senza i cavalli, perché, aveva detto Naccona, sporcano a terra. Pure il prete ne disse parecchie. Ché lui Naccona l’aveva conosciuta varie volte, per dirimere qualche guaio o per fare sposare qualche ragazza che era rimasta incinta. Ci mancavano solo i gagliardetti del Comune, poi c’era tutto il resto: gli stendardi delle associazioni della Madonna dell’Arco e quelli della polisportiva che lei aveva creato, per togliere i bambini da mezzo la strada. Alla fine della giornata, sempre com’è d’uso, i figli e gli intimi di Naccona si riunirono, ma già si capiva che le cose non andavano più bene: gli appiccichi cominciarono, con le parole grosse, pure se Naccona era calda di morte. Il problema era adesso il nuovo comandare. Da allora, da quella giornata di inizio estate, calda tanto che era da pazzi morire di polmonite, Miano è cambiata. E della monarchia di Naccona restano soltanto le sue fotografie, dove piange e ride quasi si credesse la Madonna..
 
 

    Intermezzo

    La gioia
    Spiaggia di Licola, 1978. Un bambino solleva un preservativo dall’acqua.
    - Mamma, mamma. Un palloncino!
 
 

    Napoli

    S. Pietro a Patierno non è un quartiere scaltro. Sulla carta geografica, quello, non lo trovi neanche a cercarlo. Però esiste ed è il quartiere della scarpa. E’ un quartierescarpa, che  piange, ride, sogna, si abbuffa, si stravolge, si innamora, campa sulla scarpa. Le fabbrichette sono dappertutto. Nelle case, odore di colle. Nei vichi, persone che ti insinuano lo scarpapensiero (la logica della scarpa perfetta). Che riconoscono un piede da un altro con una semplice occhiata. Che ti offrono un 42, la morbidezza, la pianta larga, il cuoio o il camoscio.
    Lo scarpapensiero ogni giorno si diffonde in tutta Italia. In tutta Europa. Perché ogni mattino da San Pietro sciamano centinaia di venditoricompratori di un rango appena appena superiore ad un vù-cumprà. Vanno verso il Nord, verso la Francia, la Polonia, la Russia. A branchi. Fiutano la scarpa. La cacciano. La cercano, regione per regione. Comprano immensi stock di scarpe vecchie, fuori moda, buone solo per il macero. Ritornano, dopo migliaia di chilometri fatti in tre giorni. Le rivendono all’ingrosso nei grandi mercati napoletani a Ghanesi, Albanesi, Romeni, Marocchini: unici clienti, che comprano, per rivendere.
    Lo scarpapensiero domina su tutto e nulla regge al confronto. La scarpa è mezzo di scambio, di intesa, di interessi comuni. Regalo, offerta, oggetto di baratto. Perfino segno di amore tra i fidanzati. I Paternesi vivono per le scarpe e ne sono vittime. Le subiscono. Anche a scuola si parla di scarpe. Sempre. Come in un porto, tra vecchi marinai. Si parla di viaggi, di nuovi approdi. Di mercati. Di durate. Di vecchie avventure e di nuove. E’ l’oceano: l’Oceano della scarpa.
 
 

    Donne

    Il pensiero corrotto genera parole corrotte. Non così per i miei alunni. Le loro parole, la forma con cui esprimono i concetti, sono corrotti. Ma non il loro pensiero. E’ corrotto tutto il resto. Quello che è intorno a loro. Il contesto. La corruzione, che gli vibra attorno, che cresce e si infittisce. Si trasforma e crea curiosi mostri: i  mostri della parola. Se gli chiedete che cos’è la Luna, rispondono - è un tramonto. E quanto è grande: come Casavatore. Per loro Berlusconi è Belluscone, nel complesso diventa nell’amplesso, orgasmo, organismo: insomma non esistono tipi e forme rigide. La lingua diventa vacua. Una questione di sfumature. Capì questo con la signora P., novanta chili di gentilezza. Tutti i giorni in chiesa. Voleva un figlio, non lo poteva avere. Credeva che la licenza media glielo avrebbe regalato, un figlio. I suoi pensieri non erano corrotti. Erano piuttosto pieni di buona volontà. Non capiva le mie parole. Nessuna. Assolutamente. Non c’era tramite. Il suo contesto aveva intrappolato quelle poche, ed impediva ad ogni altra di entrare - egoisticamente.. Lo capì pian piano, attraverso dei giorni che si misero a scorrere decisivi, fino a quando mi trovai davanti alla disperazione di farmi capire e ascoltare. Parlammo dell’impero romano. Dell’epoca di Cristo. Che Cristo era vissuto sotto un governatore romano.
    - Morì e fu sepolto sotto Ponzio Pilato.
    La signora P. si sforzava. Era dolce. Perché arrossiva per lo sforzo. Lasciando sfilare il doppio mento:
    - Sotto Ponzio Pilato.
    Lei non era lì. Stava da un’altra parte. Era coi fatti suoi, coi figli, che non avrebbe mai potuto avere. Col marito, che era stato arrestato, perché teneva le pistole a casa. Coi poliziotti, che quando vennero a casa sua, la fecero pisciare davanti a loro (e si mangiarono i resti della sua cena e bevvero il suo vino). Colla terza media: che avrebbe risolto i suoi problemi. Coll’avvocato, che costava e costava. Col camion del marito, che non si poteva usare, perché c’era il soggiorno obbligato.
    Morì e fu sepolto sotto Ponzio Pilato.
    - Signora P. Chi è Ponzio Pilato.
    - E’ un ponte.
 
 

    Intermezzo

    Possunt quia posse videntur.
    PROFESSORE: Chi ha costruito la reggia di Caserta?
    CARDITO:  ....
    PROFESSORE:  La reggia vanvitelliana ... La conoscete? Vanvitelliana, v-a-n-v-i-t-e-l-l-i-a-n-a.
    CARDITO:  ...
    PROFESSORE: Ascoltatemi: se Maradona colpisce di tacco il pallone, noi diciamo che è un tacco maradoniano, m-a-r-a-d-o-n-i-a-n-o, capite? Se tira una punizione, che è una punizione maradoniana.
    CARDITO: ...
    PROFESSORE: Allora se la reggia è vanvitelliana, v-a-n-v-i-t-e-l-l-i-a-n-a, chi l’ha fatta?
    CARDITO: Maradona.
 
 

    Intermezzo

    Possunt quia posse videntur.
    PROFESSORE: Sei milioni di ebrei sono morti durante la II guerra mondiale. E sono morti nei campi...
    ESPOSITO: Flegrei.
 
 

    Napoli

    A. parlava, come diciamo noi, con la zeppola in bocca, strascicando le esse e le zeta ed era un’artista. Viveva a Bagnoli. Aveva tanti figli. Quando si rompeva un vetro a casa sua risolveva appiccicando un cartone sulla parte scassata. E ci disegnava sopra un paesaggio. Un viso. Lo schizzo di uno dei figli. Era piccolo e muscoloso. Era stato al Filangieri da bambino. Era il portavoce di un’arte teatrale inossidabile: quella della risposta analitica e del travalicare i confini dell’ovvio e del rispondere all’evidenza col paradosso, con la complessità: amplificando il senso stesso del banale.
    Un esempio a caso. Due parlano. Al bar:
    - ieri ho visto un bel programma scientifico.
    - alla televisione?
    - e dove, allora, ’int a lavatrice?
    A. era un artista in questo. Un creatore di arabeschi e di sofismi. Il più bel episodio è degli anni Sessanta. Lavorava in una ditta a S. Lucia e il portinaio lo teneva ‘ncanna. Un mattino A. arriva al lavoro e si trova a stu bello tomo incazzato che guarda una cacata in mezzo al portone.
    - Sei venuto tu stamattina, a cacare qua in mezzo, è overo?
    - Don Giovà, e secondo voi, io scendevo alle cinque di mattina, non mi pigliavo il caffè, salivo sul tram, arrivavo da Bagnoli fino a qui, mi spuntavo i calzoni e, con questo freddo,  cacavo qui a terra?
 
 

    Intermezzo

    Un vecchio contadino a mio padre:
    - Don Peppì, io lavoro venticinque ore al giorno.
    - E come fate?
    - Mi alzo un'ora prima la mattina.
 
 

    Intermezzo

    Sono un estremista pigro. Se faccio rivoluzioni, sono attorno al mio divano.
 
 

    Donne

    Quei due si amano. Da tanto. Da più di dieci anni. Non possono fare a meno, l’uno dell’altro. Sono rinsecchiti in questo amore. Lo hanno sorseggiato, tra rischi di sifilide e di epatite B. Lo hanno mangiato, tra i topi. Nello schifo del vicolo. Tra bottiglie di birra, vino e liquori. Con l’ubriachezza dei poveri, fatta di gesti immobili e fiati sporchi. Tra piatti di manfredi con la ricotta e di stintinielli. E’ un bell’amore, vissuto nel basso più fetente della città. Nell’odore del piscio. Tra carne e sangue. Tra macchie di sperma. Alla luce di un neon, eterno. Dove solo la porta fa entrare un po’ d’aria. Dove l’umidità è a mille, e impregna i loro vestiti, le loro scarpe. I capelli e le unghie. I loro stessi umori.
    Lei è stata puttana. Una puttana delle mura, giù a porta Nolana. Della peggiore specie. La puttana da strada. Con le spalle piccole e il ventre  grosso. Senza denti. Con un tentativo di permanente in testa. Se la guardi nuda, è piena di tatuaggi, che non la coprono: la circondano. Lui no, è diverso. E’ stato un uomo gagliardo, da giovane. Sul suo petto spuntava una madonna. Di giorno faceva lo scopatore. Di notte rapinava i Tir, sull’autostrada. Aveva lasciato la famiglia e i figli. Per consumare la passione della vita. Giù a porta Nolana. Aveva conquistato la puttana senza promesse. Con arte. Fu seduttivo. Capace. Non la pagò, per fare sesso. La convinse. La trascinò. Lei sempre se la ricorda quella prima volta. Ricorda la musica, che usciva dal suo mangiacassette. Quando sente quella canzone di Nino D’Angelo, violenta come un amore finito, lei guarda gli altri: e fra i rimasugli di denti si stempera un abbozzo di sorriso.
    Da quel giorno lei camminò nell’amore. Continuò a dare sesso, ma con decoro. Carne. Grasso. Grandezze. Dimensioni. Lingue. Odori. Ne divenne nuova padrona. Ne entrò in possesso. Li esaminò. Li separò. Prese ciò che doveva dare a lui. E lo divise dal resto. Capì di essere la femmena di qualcuno. Era prigioniera. Affatturata. Vide tanti cazzi. Tanti. Al punto che il suo uomo dice che ne ha visti così di cazzi, che uno a fila a un altro arrivano fino all’America:  che è l’unico senso dello scorrere del tempo che una puttana può avere. E il lavoro continuava: tra clienti occasionali e sorelle puttane. Con una corte di figli. Di parenti. Di nipoti. Tutti negri, sieropositivi, sciancati. Ma ora c’era lui. E gli apparteneva. Cosce forti. Dita lunghe. Cazzo dritto. Ed ebbe una bimba. Bella. Bambola di carne. Occhi neri. ‘A figlia d’a puttana. Paria del vicolo. Preda di tutti. Indifesa.
    Non ci sono vittime in questo amore. E’ dolce. Routinario. Borghese. Lei lo ha reso così. Pulisce il basso. Ci butta la varrecchina. Fa la guerra con gli animali. Per cucinare qualcosa che non le rubino. Cucina per sé e per gli altri: per il diabete di zi Raffaele. Per i soldi di Totonno ‘o mbriacone. Ha un album di fotografie. Pieno di negri. Polacche. Morti di aids. Travestiti. Ognuno, però, è parte di sé, del suo sé. D’estate porta a mare il suo uomo e i figli. In un mare di puttane. Negli scarichi di Mergellina. Si mangia sulla spiaggia. Si fa amicizia. Si beve la sciampagna a ferragosto. E qui, con l’acqua di mare, spalma le spalle vecchie e incupite del suo uomo.
    Una sola volta fu delusa dal suo uomo. Erano in ospedale. Lui era ricoverato. Il cuore. I polmoni. Il troppo bere. L’umidità. Lei andò da lui. Lo trovò. Lo rinfrancò. Disse qualche parola. Lo volle. Volle berlo. Mangiarlo. Strapparlo dalle coperte. Azzeccarsi a lui. Prenderlo, con l’unico sentimento che conosceva.  Lui non ce la fece. Il sopraffiato, mi racconta. Le forze non ressero. Cazzo dritto si smarrì. L’oblio nei corpi cavernosi. Il vuoto. Lei si perse. Non conosceva niente altro. Non capì. L’annusò disorientata. Non lo volle più. Per mesi. Gli lasciò tutto. La bambina. Le mura di porta Nolana. Zio Raffaele e l’album di fotografie. Era crollato il senso stesso dell’esistenza. Il calore. La forza di ogni mattino. Si nascose. Protetta. In una casa di fiabe, in un casino. Attorniata da nigeriane, polacche, altre puttane. Nessuno più la voleva. Lei più nessuno voleva. Fu lì che si ritrovarono. Fu lì che lui portò la bambina. Fu lì che si rincontrarono. Attoniti. Per tutto quello che era successo.
 
    (amedeo feniello)

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